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N1 - 2026

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Ecco dove addestriamo gli specialisti della nostra salute

Manichini che respirano e piangono, attori che accusano infarti e tavoli di dissezione 3D: insieme a Pier Luigi Ingrassia, responsabile scientifico del Centro cantonale di simulazione del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), siamo andati alla scoperta degli oltre 250 dispositivi ideati per affrontare le situazioni mediche più disparate

Autori: Mattia Bertoldi
Autori foto: Elizabeth La Rosa
Data: 17 aprile 2026

Una volta superata la porta del Centro professionale sociosanitario (CPS) di Lugano, in via Ronchetto, un cartello indica che il Centro cantonale di simulazione (CCSim) si trova al piano -1. Scendiamo le scale e ci ritroviamo in quello che sembra un seminterrato qualunque, composto da un ampio corridoio e locali tecnici. Eppure, a giudicare dalle voci e dai suoni che provengono dalle diverse stanze, sembra di trovarsi nella corsia di un ospedale. Da un lato c'è chi sta praticando l'intubazione a un manichino e dall'altro, un gruppo di giovani ascolta con attenzione un docente che regge in mano una barella.

Il Centro cantonale di simulazione ha assunto una nuova dimensione all'inizio del 2026. Frutto dell'ampliamento dell'ex Centro di simulazione (CeSi), la sua nascita rappresentava uno degli obiettivi del Programma di legislatura 2023-27 (vedi l'azione 18.3). Qui vengono conservati oltre 250 strumenti di simulazione. Come si legge in uno dei pannelli presenti vicino all'entrata, si tratta di "un ambiente di apprendimento interattivo e multi-specialistico dove la sperimentazione pratica permette di sviluppare, migliorare e mantenere le competenze professionali degli operatori sanitari, limitando l'errore umano e minimizzando il rischio clinico a tutela della comunità tutta".

Intanto Stefania Tomola, coordinatrice operativa del Centro cantonale di simulazione, ci raggiunge e ci conduce in una saletta piena di schermi che trasmettono immagini catturate da diverse angolazioni nella stanza accanto. Ora la barella è a terra, uno degli allievi indossa un voluminoso collare e riceve istruzioni dal docente.

«È un sistema multicamera che permette agli studenti e ai professionisti di rivedersi» ci spiega Tomola. «In questo modo è possibile capire in maniera immediata cosa è stato fatto bene e cosa no, in modo da imparare e migliorarsi.»

Il finto paziente si sdraia a terra e i suoi compagni lo circondano, cercando di capire come spostarlo dal pavimento alla barella. Chiedo quindi a Tomola se le lezioni si svolgono sempre in questo modo. Lei scuote la testa.

«Abbiamo molti strumenti di simulazione, ma spesso il miglior simulatore è l'essere umano. In questo caso è possibile lavorare con un allievo, ma ci sono altri frangenti in cui coinvolgiamo attrici e attori provenienti dall'Accademia Teatro Dimitri. Li formiamo e li trucchiamo in modo che accusino determinati sintomi o si comportino in una certa maniera in base alle scelte delle allieve e degli allievi. Se per esempio si simula di essere in servizio all’interno di un pronto soccorso e un attore si presenta accusando mal di stomaco e sudando freddo, gli allievi devono essere bravi a porre le domande giuste e dedurre non solo che si tratta di un infarto, ma anche che il paziente è diabetico e va quindi trattato in un certo modo. Procederanno quindi con un elettrocardiogramma, gestito da un strumento informatico che fornirà dei parametri in linea con la loro diagnosi. Se invece non intravedono questa possibilità, l'attore ha il compito di simulare un peggioramento, accusando dolori al petto fino alla morte.»

E in caso di manovre invasive?

«In questi casi gli attori indossano dei presidi, vale a dire delle protesi che permettono di simulare diversi tipi di manovre invasive: cerotti grazie ai quali è possibile iniettare qualcosa in una finta vena, giubbotti che simulano rumori polmonari patologici o permettono di mettere in atto un'intubazione. Questi dispositivi lanciano anche delle vibrazioni, quindi se i partecipanti agiscono in maniera sbagliata, l'attore lo sente e sa come deve reagire. In caso di una broncoaspirazione, per esempio, il giubbotto vibra se il partecipante va troppo in profondità e l'attore deve quindi tossire o simulare dei conati di vomito.»

Chi decide quali sono gli esercizi di simulazioni a cui devono essere sottoposti gli oltre 5000 studenti o professionisti del settore medico e sanitario che passano dal Centro cantonale di simulazione ogni anno?

«Dipende dall'ente con il quale collaboriamo: ospedali, cliniche, servizio ambulanze, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana... In base agli obiettivi della struttura e al livello delle persone che prendono parte alla simulazione, creiamo situazioni di difficoltà differente e decidiamo se utilizzare un simulatore o ingaggiare un attore. Qui, oggi, abbiamo per esempio infermieri e medici già formati che si preparano all'attività di pronto soccorso e il loro livello è chiaramente più alto rispetto a quello delle studentesse e degli studenti.»

La chiacchierata continua e scopriamo che i manichini hanno spesso un nome. Elettra, per esempio, è una donna gravida grazie alla quale è possibile simulare situazioni ginecologiche. Alex è un neonato adatto a chi si specializza in neonatologia; Giovanni è un bambino di qualche anno più grande e può essere coinvolto in casi pediatrici. 

«Sono tutti simulatori a corpo intero che possono nascondere diverse tecnologie» afferma Pier Luigi Ingrassia, responsabile scientifico del Centro cantonale di simulazione. «L'importante è che possano riprodurre tutte quelle condizioni fisiologiche e patologiche necessarie per formare i partecipanti. Ci sono quindi dei manichini in grado di respirare da soli o perlomeno di simulare in maniera realistica un soggetto che respira: hanno il torace che si solleva e si abbassa, presentano rumori cardiaci, polmonari o addominali compatibili a quelli dell'essere umano e addirittura esalano aria con anidride carbonica, permettendone la misurazione – un dato che spesso rivela situazioni critiche. Alcuni simulatori sono persino in grado di sudare, lacrimare e rispondere agli stimoli luminosi, quindi le loro pupille reagiscono compatibilmente e coerentemente con quella che è la patologia e lo stimolo.»

Uno dei dispositivi più impressionanti è il "cadavere virtuale", un innovativo simulatore di immagini 3D per l'anatomia umana. Pier Luigi Ingrassia mi conduce in un'aula al piano di sopra, davanti a un involucro di metallo che assomiglia a un tavolo operatorio. Schiaccia un bottone e la superficie - composta da tre pannelli ad alta definizione - si accende, mostrando il corpo di un uomo. «È un tavolo di dissezione virtuale che si basa sui corpi donati alla scienza da quattro persone. Gli organismi sono stati crioconservati e sezionati finissimamente sul piano orizzontale, creando "fette" alte pochi decimi di millimetro. Ogni parte è quindi stata fotografata, per poi unirle a tutte le altre. È stato così possibile comporre un organismo tridimensionale che mette in luce tutte le caratteristiche anatomiche e morfologiche dell'essere umano. Una sorta di dissezione anatomica digitale.»

Ingrassia agisce su un paio di bottoni e sugli schermi appaiono lo scheletro dell'uomo, il sistema circolatorio e quello nervoso. Torniamo a una visione degli organi interiori e Ingrassia appoggia le mani sugli schermi.

«Grazie al sistema touch è possibile orientare il corpo nella maniera che preferiamo, per esempio per scoprire il percorso di questo vaso sanguigno. Per vedere meglio posso anche far scomparire un organo (e con un semplice tocco, elimina un rene, NdR) o utilizzare un bisturi virtuale per farmi strada attraverso i tessuti e andare più a fondo. È un simulatore particolarmente utile per chi lavora con le immagini radiologiche come radiografie, tomografie computerizzate (le cosiddette TAC) e risonanze magnetiche perché possono essere correlate al cadavere, permettendo di visualizzare le stesse strutture sia in 2D, sia in 3D.» 

Torniamo al piano di sotto dove indosso una tuta di invecchiamento (vedi il nostro video su Youtube), un passaggio obbligatorio per tutti coloro che si troveranno a lavorare con le persone anziane così da mettersi nei loro panni e comprenderne le difficoltà fisiche o motorie. Si tratta di un simulatore basato su accessori molti concreti: occhiali che riducono la vista, un collare che produce rigidità articolare e pesi che limitano la forza muscolare e i movimenti. Come abbiamo visto, però, ci sono simulatori ben più tecnologici che valgono migliaia di franchi. Chiedo a Pier Luigi Ingrassia se è facile intercettarli sul mercato.

«Negli ultimi anni l'industria della simulazione sanitaria si è molto evoluta» afferma, «e oggi esistono diverse aziende internazionali che producono, sviluppano e commercializzano simulatori. La scelta è quindi ampia e noi ci basiamo soprattutto su qual è il bisogno specifico. Ne parliamo con tutti i partner, mettiamo sul tavolo le loro esigenze e scegliamo il simulatore che fa per noi.»

Manichini a corpo intero, parti anatomiche sintetiche, simulatori a schermo… I simulatori presenti qui sono più di 250: da quanto tempo esiste questa struttura?

«Allora, il centro in realtà è nato formalmente 15 anni ma si è molto evoluto negli ultimi anni. All'inizio la struttura si focalizzava sull'area emergenza, ma già a partire dal 2018-19 ha ampliato la sua attenzione a tutte le discipline sanitarie. A partire dal 2026 abbiamo assunto una prospettiva ancora più ampia e siamo diventati il polo di competenza a livello cantonale, in un sistema di rete dove collaboriamo con diversi enti e a più livelli.»

Dopo aver fatto rampe di scale, raccolto una moneta a terra e preparato un caffè con 40 anni di più sulle spalle (grazie alla tuta di invecchiamento), saluto ed esco dal Centro cantonale di simulazione, chiedendomi come ho fatto a ignorarne l’esistenza per così tanto tempo.

Di ritorno a Bellinzona, ne parlo anche con la Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti (direttrice del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport) che è molto soddisfatta dei risultati raggiunti da questa istituzione negli ultimi anni. «Sono fiera che in Ticino esista questo Centro di simulazione che integra tutte le strutture sanitarie, sia formative che curative del territorio. Questo approccio offre opportunità uniche per sviluppare soluzioni condivise e promuovere un vero lavoro interdisciplinare. La simulazione in ambito sanitario rappresenta una risorsa educativa fondamentale per garantire che le professioniste e i professionisti siano preparati, competenti e sicuri nel loro lavoro. Oltre a migliorare le competenze cliniche tecniche, essa contribuisce a rafforzare e sviluppare abilità come la comunicazione, il lavoro di squadra, la gestione dello stress e la leadership, che sono cruciali in situazioni di emergenza.»

La direttrice del DECS aggiunge: «L’integrazione della simulazione nei percorsi formativi di base e di specializzazione riveste un ruolo di rilievo pure nel quadro del Piano “ProSan” a livello cantonale. Ed è importante per quanto riguarda l’attuazione dell’iniziativa federale “Per cure infermieristiche forti”, non solo nell’intento di rafforzare la formazione delle operatrici e degli operatori sanitari, ma anche per sgravare gli ambienti clinici, sempre più congestionati, di buona parte della formazione pratica. Ritengo che investire nella formazione con tecnologie avanzate non solo migliori le capacità delle professioniste e dei professionisti della salute, ma contribuisca pure a una sanità più sicura, efficiente e di alta qualità. Il Centro di simulazione rappresenta un fiore all’occhiello per il Cantone.»

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