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N1 - 2025

ArgomenTi

Trasferirsi in Ticino per (ri)scoprirlo con occhi nuovi

Niccolò Iorno, collaboratore scientifico al Dipartimento federale degli affari esteri, ha partecipato al Piccolo Erasmus e contribuito al lavoro della Divisione dell’economia (Bellinzona) per un periodo di sei mesi

Autori: Mattia Bertoldi
Autori foto: Elizabeth La Rosa
Data: 20 ottobre 2025

Per Niccolò Iorno, il Piccolo Erasmus ha rappresentato un ritorno alle origini e la riscoperta di un territorio che aveva lasciato nel lontano 2002. In quell’anno, infatti, Niccolò (classe 1982 e di Curio) si era iscritto all’università di Basilea, alla facoltà di biologia. Dopo aver vissuto in Francia, Australia, Stati Uniti d’America e in diverse città svizzere, nel giugno del 2025 (in qualità di dipendente del Dipartimento federale degli affari esteri a Berna) si è lanciato in questo programma di scambio che gli ha permesso di lavorare per sei mesi alla Divisione dell’economia ticinese, scoprendo quanto può essere arricchente esplorare una realtà diversa da quella a cui si è abituati.

Niccolò Iorno, come si è sviluppata la tua carriera una volta ottenuto il Bachelor in biologia molecolare a Basilea?

«Durante gli anni universitari ho avuto l’opportunità di approfondire progressivamente diversi ambiti delle scienze della vita: dalla biologia molecolare a Basilea alla biotecnologia in un programma trinazionale a Strasburgo, fino a un’esperienza di ricerca in immunologia a Sydney, in Australia. Se da un lato la biologia mi ha permesso di viaggiare e di soddisfare il mio appetito internazionale, dall’altro ho sentito la necessità di mantenere una prospettiva più generalista per stimolare maggiormente la mia curiosità e aprirmi al mondo che circonda la ricerca. È in quest’ottica che ho intrapreso una formazione supplementare in proprietà intellettuale al Politecnico di Zurigo, che mi ha poi portato a lavorare nel trasferimento tecnologico - dapprima all’Università di Basilea e successivamente a quella di Ginevra. In questo ruolo mi sono occupato di proteggere e valorizzare un’ampia paletta di tecnologie, entrando così in contatto diretto con il mondo delle startup e con le misure di promozione dell’innovazione.»

Nel 2013 si è poi aperta un’altra porta che ti ha fatto nuovamente lasciare la Svizzera: quella di swissnex Boston.

«È un’opportunità professionale che mi ha permesso di inserirmi in un altro mondo (quello della diplomazia scientifica oltreoceano) e in un’amministrazione pubblica, quella svizzera, molto innovativa. Le sedi internazionali di swissnex, dei veri e propri consolati scientifici, sono state aperte dalla Segreteria di Stato per la Formazione, la Ricerca e l’Innovazione (SEFRI) con l’obiettivo di promuovere gli scambi tra la Svizzera e i centri tecnologici più dinamici del mondo. A Boston il settore delle scienze della vita è all'avanguardia e per me è stato facile inserirmici, valorizzando progetti e startup che in parte avevo già toccato con mano quando portavo il cappello del trasferimento tecnologico. È stata un’esperienza molto arricchente: da un lato conoscere le caratteristiche dell’ecosistema e della cultura d’impresa nordamericani, il “can do approach”; dall’altra, professionisti e ricercatori (brillanti e ambiziosi) provenienti da tutta la Svizzera. Negli Stati Uniti d’America ho anche conosciuto la mia attuale compagna, svizzera (e brillante) pure lei, che mi ha regalato due figlie bellissime.»

Ed eccoci arrivare alla terza fase della tua carriera: il Dipartimento federale degli affari esteri a Berna.

«I diversi anni trascorsi all’estero mi hanno dato le ali per esplorare e scoprire nuove realtà, ma alla fine sono state le radici ad avere la meglio. Essere lontani da casa ti permette di imparare e vivere grandi emozioni, è vero, ma allo stesso tempo vedi i tuoi cari crescere o invecchiare e, con il passare degli anni, inizi a chiederti se non ti stai perdendo qualcosa. La proposta di tornare in Svizzera è arrivata dal DFAE, che inizialmente mi ha affidato la missione di accompagnare da Berna la creazione di una piattaforma ispirata a swissnex, che mettesse in contatto le eccellenze accademiche del nostro Paese con le numerose organizzazioni internazionali con sede a Ginevra. A complemento della diplomazia più tradizionale e in sinergia con gli sforzi del SEFRI con swissnex, il DFAE ha successivamente sviluppato ulteriori dimensioni della diplomazia scientifica. Dimensioni che si sono concretizzate, ad esempio, in progetti scientifici di promozione della pace tra Paesi che non si parlavano o nell’anticipazione delle sfide tecnologiche emergenti. Negli ultimi anni ho quindi avuto il piacere di contribuire a questi progetti.»

A questo punto della tua carriera hai quindi deciso di aderire al programma Piccolo Erasmus, un progetto pilota congiunto del DFAE e dei cantoni Ticino e Grigioni che promuove le lingue minoritarie del nostro Paese e permette ai collaboratori pubblici di sviluppare le proprie competenze personali e professionali. Nel tuo caso, hai scelto di trascorrere un periodo di sei mesi in Ticino e integrarti nelle attività della Divisione dell’economia. Da dove arriva questa scelta?

«Volevo innanzitutto espormi a una realtà diversa dal mio quotidiano professionale e vivere una nuova sfida. Mi sono inoltre reso conto che a Berna spesso mi trovavo a discutere di massimi sistemi, silo istituzionali e politica globale - un contesto stimolante, sì, ma iniziava a mancarmi un po’ il cosiddetto “contatto con il terreno”, vale a dire con il mondo delle startup e dell’innovazione. Un contesto che, negli anni trascorsi a Boston, era molto più presente nella mia vita lavorativa. Quando nella mia casella di posta elettronica è comparso il flyer del programma Piccolo Erasmus, mi sono incuriosito e ho cliccato sul link: si è quindi aperto l’annuncio di una posizione nell’ambito della promozione economica e dell’innovazione del Canton Ticino che mi ha subito fatto pensare a Stefano Rizzi, direttore della Divisione dell’economia, conosciuto qualche anno prima insieme a una delegazione di imprenditori ticinesi particolarmente dinamici. Ho immaginato che quella posizione potesse essere nel suo gruppo di lavoro e mi sono detto che il Ticino avrebbe potuto offrirmi l’ambiente ideale per riallacciarmi a quella dimensione appassionante (e di cui avevo un po’di nostalgia) del mio lavoro. Così ho iniziato a preparare la mia candidatura. Per me, insomma, lo stimolo non è stato tanto la lingua, quanto piuttosto la prospettiva professionale e di crescita legata all’esperienza.»

Il documento di presentazione del Piccolo Erasmus spiega quali requisiti bisogna avere per aderire al programma e sottolinea come “la partecipazione è legata a interessi di servizio e rappresenta in tal senso un guadagno di conoscenze, competenze e di esperienza sia per il collaboratore sia per la sua unità organizzativa”.

«È esattamente quello a cui ho cercato di rispondere nella mia domanda di partecipazione. Secondo me, il Piccolo Erasmus offre il suo meglio se la persona coinvolta si prefigge in maniera molto chiara gli obiettivi che ha per sé, per la sua carriera e per la sua unità amministrativa. Allo stesso tempo, deve chiedersi quale valore aggiunto porterà ai suoi nuovi compagni di lavoro e quali saranno i cosiddetti “obiettivi di apprendimento” che dovrà raggiungere nel corso dell’esperienza. Il sistema è tra l’altro molto flessibile. Con una preparazione del genere, è stato per me più facile spiegare ai miei responsabili a Berna per quali motivi avrebbero dovuto e potuto fare a meno di me per sei mesi. Mi sono inoltre tenuto a disposizione per tutta la durata dello scambio e ho comunque seguito i lavori che continuavano a Berna, su temi tra l’altro sempre più affini alla tecnologia e quindi a quanto oggi tratto a Bellinzona. Le malelingue parlano del Piccolo Erasmus come di un soggiorno linguistico o di un programma studentesco per funzionari pubblici, ma non è così: è molto di più. Sposo il mantra del nostro Consigliere federale Ignazio Cassis: “Aussenpolitik ist Innenpolitik”. Toccare con mano a una dimensione lavorativa diversa rispetto a quella a cui siamo abituati al DFAE a Berna ci permette di conoscere ancora meglio il nostro Paese, il suo federalismo e l’architettura della nostra democrazia. In tal senso, il Piccolo Erasmus è propedeutico: mi ha dato la possibilità di immergermi in un ambiente nuovo, dal quale sono emerso con maggiori competenze e soprattutto con un'altra sensibilità alla politica estera.»

Nel concreto, quanto è stato difficile organizzarsi?

«Mi sono interessato a questa opportunità nel dicembre 2024 e ovviamente la prima sfida è stata quella di coniugare la cosa dal punto di vista personale e professionale. Dopo averne parlato in famiglia e aver sondato gli estremi dell’opportunità in Ticino e con il mio superiore a Berna, mi sono preso il tempo per trovare delle soluzioni creative e fare in modo che le mie attività potessero essere coperte durante i sei mesi di assenza. Dal punto di vista logistico ho pianificato le mie settimane sapendo di poter contare anche sulla possibilità di svolgere due giorni di telelavoro da Berna, in totale flessibilità. A posteriori devo dire che ho fatto ricorso al telelavoro solo saltuariamente, così da poter approfittare appieno del soggiorno a Bellinzona. Già solo il fatto di averne la possibilità mi è però stato utile anche per rassicurare la famiglia. A giugno 2025 ero quindi pronto per iniziare questa nuova avventura.»

Qualcuno potrebbe preoccuparsi dei costi di questi sei mesi trascorsi lontano da casa, ma la presentazione del Piccolo Erasmus è chiara: il o la partecipante non deve sostenere alcun costo aggiuntivo.

«È così. E anche le procedure amministrative, da questo punto di vista, sono molto semplici: continuo a percepire il mio stipendio dal Dipartimento federale degli affari esteri e le spese per la prima trasferta in Ticino, per il ritorno al termine dei sei mesi e per l'alloggio sono coperte dal programma Piccolo Erasmus.»

È stato difficile trovare appartamento in una città che non conoscevi? Hai approfittato dell’aiuto della persona di supporto che, all’interno dell’Amministrazione cantonale, offre supporto nella ricerca?

«Sapevo di poter contare su un sostegno del genere, ma da buon… diplomatico, ho preferito appoggiarmi innanzitutto alla mia rete. Nel giro di pochi giorni, sono entrato in contatto con un ex-collega dell’Amministrazione federale che aveva un appartamentino da affittare a Bellinzona, e il gioco era fatto. Anche a Berna ci sono diversi ticinesi, e alcuni sono pure bellinzonesi.»

Com’è stato il primo impatto con il Ticino, a oltre vent’anni dalla tua ultima esperienza a sud del Gottardo?

«Molto buono. All’Ufficio per lo sviluppo economico della Divisione dell’economia mi hanno accolto con calore e accompagnato in ogni situazione, passo dopo passo. Qui ho trovato colleghi non solo competenti, ma anche molto simpatici. Ho osservato il loro lavoro e cercato di integrarmi il più possibile, condividendo la mia esperienza da una prospettiva federale. Ho per esempio notato che in Ticino i problemi si risolvono spesso e volentieri al telefono, mentre a Berna molto passa dalle e-mail. Ho inoltre potuto toccare con mano la vivacità del tessuto economico locale e ho conosciuto startup e centri di ricerca sorprendenti. Infine, ho osservato con interesse le possibilità offerte da Milano – una metropoli internazionale, in grande espansione, che dista meno di un’ora dal nostro Cantone.»

E più in generale, il Ticino che hai ritrovato è lo stesso che avevi lasciato?

«Io sono originario del Malcantone, ma sapevo che per questo tipo di esperienza sarebbe stato non solo più pratico, ma anche più appagante vivere a Bellinzona così da scoprire un territorio che conoscevo poco. Anche semplicemente a livello di eventi, devo dire che molto è cambiato. Parlo solo delle settimane appena trascorse, nella prima metà di settembre: ogni fine settimana è stato organizzato qualcosa, da PerBacco (festa della vendemmia di Bellinzona) al Luppolo & Food Festival, passando per l’evento Strada in festa e Sportissima. Tutte manifestazioni che vent’anni fa non esistevano e rendono la vita nella capitale ticinese animata e stimolante. Mi sono inoltre portato dietro la bicicletta, che mi ha permesso di scoprire le mille e una valle del Bellinzonese.»

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