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Daniela Nirh

Dai grattacieli di New York a una Collina d'Oro

Professione
esercente

Anno di nascita
1972

Comune d'origine
Lugano

Attuale residenza
Collina d'Oro

Ha soggiornato fuori Cantone dal
1994 al 2005

Dove
Losanna, Mauritius, Stati Uniti (New York e Boston)

Tornare a casa dopo undici anni di permanenza al di fuori dei confini cantonali non è mai facile. Chiedetelo a Daniela Nirh, se non ci credete. Diplomatasi alla scuola alberghiera di Losanna nel 1998 dopo aver svolto uno stage di sei mesi alle Mauritius, è partita alla volta degli Stati Uniti. “Ero di stanza a New York e ho lavorato in alcuni tra i più grandi hotel della Grande Mela, come per esempio il Palace o il Ritz.Carlton. Nel 2002 mi sono trasferita a Boston e dopo quattro anni ho deciso di tornare in Ticino insieme a mio marito”.

Come è stato l’impatto con la nostra realtà?
Dura, perché pur ricercando un lavoro nel settore alberghiero mi sono resa conta delle enormi differenze tra la concezione statunitense di questo mestiere e quella ticinese: là è business e non si fanno tanti problemi a lasciarti a casa se non c’è lavoro, qui bisogna tenere conto di una dimensione più locale e affezionata alle tradizioni”.

Cosa ti ha insegnato il lavoro negli States?
A vivere alla giornata: là ci sono meno sicurezze, il flusso di lavoro è molto ondivago e bisogna essere pronti a reagire in caso di necessità. Ho inoltre imparato ad accogliere centinaia di nuovi ospiti ogni giorno, dato che le strutture in cui ho prestato servizio avevano quasi sempre un migliaio di stanze o più. Lavorare in reception o all’ufficio reclami ti mette sotto pressione, ma ti regala anche molte soddisfazioni”.

Quali?
L’esperienza fantastica di avere a che fare quotidianamente con gente di ogni classe sociale, dalla pop star giunta in città per un concerto alla ragazza del Bronx che fa i doppi turni in albergo per portare a casa uno stipendio extra. Una grande varietà di umanità e multiculturalità, insomma. E in questi frangenti ho anche avuto la fortuna di conosciuto persone di grande cuore, gente da ammirare”.

Come mai hai deciso di tornare in Svizzera nel 2005?
Mi scadeva il visto! A me e a mio marito sembrava quindi il momento giusto per trasferirsi e, forti della nostra esperienza, rappresentare forse un valore aggiunto per il settore alberghiero ticinese”.

E invece?
Sono stati anni duri. Ai colloqui ci dicevano che non avevamo esperienza in Svizzera e che quindi non eravamo in grado di lavorare qui poiché non potevamo comprendere le esigenze degli ospiti locali. Abbiamo bussato a tante porte diverse, in Ticino come oltre Gottardo, ma la risposta è sempre stata la stessa: no. Ho notato che è difficile tornare a casa se si hanno idee fresche e voglia di creare qualcosa di innovativo in un sistema che, rispetto a una realtà movimentata come quella statunitense, non può che apparire immobile e poco incline al ricambio”.

La situazione si è poi sbloccata?
Fortunatamente sì. Abbiamo aperto un nostro ristorante che offre ai clienti cucina indiana e mediterranea. Non avevamo mai fatto gli esercenti, ma è stato liberatorio uscire da un’impasse del genere”.

Dai grattacieli di una metropoli alla Collina d’Oro: un grande salto?
Sì, ma sono cambiate anche le esigenze. Poco tempo dopo essere tornati sono rimasta incinta e non penso ci sia un posto migliore del Ticino per crescere una famiglia. Senso di benessere, qualità delle infrastrutture, sicurezza sociale: sono in pochi i luoghi al mondo che possono vantare una serie di benefit del genere. Se non fossi stata in dolce attesa credo tuttavia saremmo ripartiti presto, forse alla volta di Chicago”.

Oggi hai due figli: in base alla tua esperienza, che cosa auguri loro?
Io spero con tutto il cuore che nutrano in futuro l’ambizione di partire e vedere il mondo, un po’ come è successo a me: l’ideale sarebbe trascorrere in un altro Paese un periodo di almeno sei mesi, così da riuscire a entrare nella mentalità di chi vi abita. Io e mio marito amiamo tuttora visitare le grandi città e “respirare” un po’ di internazionalità ogni tanto: in questo modo speriamo di trasmetter loro la nostra stessa curiosità”.

(Intervista raccolta nel maggio 2013 da Mattia Bertoldi)