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Anna Mumenthaler

In Nicaragua per lavorare con i bambini autistici

Professione
pedagoga specializzata  in autismo

Anno di nascita
1980

Comune d'origine
Locarno

Fuori Cantone dal
2002, a Friburgo (fino al 2012) e in Nicaragua

Attuale residenza
Ocotal (Nueva Segovia)

Nel lontano e piccolo paesino di Ocotal, provincia di Nueva Segovia, in Nicaragua, troviamo Anna Mumenthaler, 34 anni, pedagoga specializzata in autismo. Partita un anno e mezzo fa come volontaria di InterAgire, lavora con bambini con autismo e altri disturbi mentali presso il Centro di riabilitazione «Los Pititos». Dopo alcune difficoltà, oggi Anna è molto soddisfatta del progetto  e ci racconta la sua avventura nicaraguense.

Come mai hai deciso di partire? E come mai in Nicaragua?
Inizialmente volevo andare in Canada per specializzarmi nella pedagogia specifica per persone con autismo, ma non son riuscita a trovare una sistemazione adeguata. Poi, quasi per caso, una mia amica mi ha parlato di InterAgire; qualche giorno dopo ero nei loro uffici.  Mi hanno proposto il Nicaragua perché è una loro destinazione: loro lavorano con il Centro America e per il mio profilo professionale c’era questa opportunità”.

Quindi ti occupi di bambini con disabilità? 
Sì, io lavoro in uno dei centri di riabilitazione di “Los Pipitos”,  creati da un’associazione di genitori fondata nel 1987. Collaboro in uno degli ultimi centri che è stato costruito – nel 2010 – in Ocotal, nel nord del Nicaragua, a 23 km della frontiera con l`Honduras”.

E cosa fai di preciso?
Con la mia specializzazione in autismo sto principalmente formando professionisti e genitori a occuparsi dei loro bambini. Il mio intervento qui in Nicaragua è centrato sull’autismo, sul ritardo mentale profondo e sui problemi di comportamento”.

Com’è la situazione delle persone con disabilità? Cosa manca?
È molto dura: quando sono arrivata non c’era molto poco, pochi tavoli e poche sedie, poco materiale pedagogico. Abbiamo dovuto creare praticamente tutto, la maggior parte con materiale riciclato: ad esempio utilizziamo i tappi delle bottiglie per insegnare a contare ai bambini e per classificare i colori.  Quindi è stato molto importante trovare una strategia per trasmettere le conoscenze che tenga conto della realtà locale, del contesto, dei mezzi disponibili”.

Ora avete tutto?
No, ma siamo in Nicaragua e cerchiamo di fare con quello che c’è e con mezzi accessibili. Nei prossimi mesi vengono a trovarmi delle amiche e mi porteranno un po’ di materiale, ma mancano ancora molte cose, specialmente per quanto riguarda le infrastrutture specifiche alla fisioterapia. Io avevo fatto un appello un paio di mesi fa per recuperare delle cose, ma non ha risposto nessuno. A volte le persone non si rendono conto che quello che stanno buttando via potrebbe ancora servire a qualcuno. Ma è anche importante di cercare delle soluzioni sul terreno, senza sempre ricorrre all’aiuto esterno. Si potrebbe creare delle relazioni di assistenzialismo”.

Il progetto funziona?
Sì, il progetto sta funzionando molto bene! Quando sento parlare le mie colleghe con i genitori e le sento dire: ‘puoi fare questo con tuo figlio con autismo’, ‘quando il bambino ha questo comportamento, fai questo’, penso ‘che bello! Ce l’ho fatta! E la cosa che più mi colpisce è che si sente quanto sono contente.
"In più, adesso stiamo collaborando anche con la SUPSI, che presto ci manderà due stagisti. L’idea è di creare un legame, una collaborazione con il Ticino, per far si che i metodi che utilizziamo in Svizzera vengano riprodotti qui, e viceversa. Anche qui stiamo adottando delle strategie innovative per accompagnare la famiglia e quando tornerò in Ticino potrò condividerle con i  miei colleghi. Non vedo l’ora: ci sono delle cose eccezionali!
”.

Quali sono le principali difficoltà che hai affrontato finora?
La prima difficoltà è stata l’integrazione, all’inizio è stato uno shock. Io ho viaggiato, ho girato, non ho visto solo la Svizzera o il Ticino, però doversi stabilire in un paesino dove la gente ha un’altra situazione economica (da quella svizzera), vive in maniera del tutto diversa dalla mia e non è abituata agli stranieri non è stato facile.
"E poi la solitudine, tanta solitudine: i primi mesi mi sentivo sola. Il primo giorno ho pianto tutto il giorno, il secondo giorno ho lavorato e ho pianto tutta la notte, il terzo giorno ho chiamato InterAgire perché volevo tornare. All’inizio ho preso proprio una botta”.

Un paesino duro con gli stranieri, quindi?
Ma no, solo che nessuno aveva mai lavorato in questa città, e questa è la particolarità di questo posto  perché di volontari ne son passati dal Nicaragua, ma nessuno è mai venuto in questo contesto e non me l’aspettavo così. Poi, forse, anch’io ero abituata a viaggiare in altri paesi dove gli stranieri sono visti diversamente: ti accolgono, ti servono, ecc. Qui, all’inizio, è stato tutto il contrario.
"Comunque mi son fatta forza e, a poco a poco, ho conosciuto delle persone molto importanti,  anche le mie colleghe si sono aperte e da lì in poi è andato tutto benissimo. Adesso sono parte della città, le persone quando mi vedono mi salutano, mi portano la frutta, beviamo il caffè assieme, sono parte di Ocotal”.

E a livello professionale?
La cosa più difficile è stata conquistare la fiducia delle persone. Come persona che arrivava da fuori avevo il mio “schema”, sapevo esattamente cosa dovevo fare, sapevo che questo era un progetto pedagogico e quello che bisognava attuare; ma poi mi sono resa conto che la realtà era totalmente diversa, dovevo prima capire come funzionavano le cose. E poi dovevo anche dimostrare che quello che portavo era qualcosa di valido. Così ho iniziato a lavorare con bambini, i risultati sono arrivati molto velocemente e alla luce di questo le cose sono migliorate, i genitori hanno iniziato a collaborare e a interessarsi al mio lavoro, e quindi anche le mie colleghe”.

Adesso, dopo un anno e mezzo che sei lì, ti trovi bene? 
Sì anche se qui la vita è tutto il contrario di ciò che avevo in Svizzera. Avevo una vita molto frenetica, molti amici, uscite, aperitivi, sport e quant’altro. Ora sono in un cittadina  dove non c’è quasi niente, senza cinema, un solo ristorante e un solo posto dove fanno sport (accessibile alle donne) Comunque convivo bene con la solitudine, con il fatto che vivo bene con me stessa adesso. Questa esperienza è stata molto importante per potermi confrontare con questi aspetti”.

Ti consideri una persona forte?
Sì, sono una persona molto forte, ma il Nicaragua mi ha messo a dura prova, anche se devo dire che mi sta dando tantissimo”.

Ad esempio?
Ad esempio, a livello professionale, ho vissuto una crescita incredibile, ora posso trovare soluzioni di ogni tipo, ho imparato ad arrangiarmi con quello che ho, e questo quasi sempre voleva (e vuol) dire praticamente niente. L’ importante qui, è che troviamo sempre  una soluzione a tutto”.

Cosa ti manca del Ticino?
Il lago pulito (ride)”.

Il lago pulito?
Sì, già quando ero a Friburgo per gli studi mi mancava il lago, quindi immagina qui che sono in mezzo alle montagne! Ogni tanto vado al mare, che è a quattro ore di viaggio, pero non è la stessa cosa”.

E nel privato?
Mi manca l“aperitivizzare”, l’aperitivo, il ritrovo dopo il lavoro, le chiacchiere con colleghi e amici, andare a fare un passeggiata, andare al cinema, insomma le diverse attività sociali”.

Da “buona ticinese” cosa ti sei portata in Nicaragua?
La caffettiera con le tazzine piccole. Il caffè è una tradizione di famiglia, quello corto, ristretto. Qui invece bevono delle tazzone di caffè innacquato pieno di zucchero…
"La seconda cosa è l’immancabile coltellino svizzero, che qui è fondamentale. Ce l’ho sempre con me, ovunque io vada!
"E poi il famoso vitamerfen! La crema disinfettante che non si trova qui in Nicaragua.
"E infine il  lievito per fare il pane, perché qui il pane è molto diverso dal nostro, allora lo faccio in casa”.

Aspetti positivi e negativi della tua esperienza?
Sicuramente più postivi, che negativi. Tutte le difficoltà che ho avuto all’inizio hanno avuto il loro lato positivo, perché mi hanno fatto maturare. Io a 34 anni non pensavo di poter crescere ancora, però sono proprio maturata a livello di mentalità, di personalità. Come dico sempre: quello che sto portando io qui è una cosa, ma quello che sto ricevendo è molto più grande.
"Un aspetto positivo è che qui in Nicaragua ogni giorno è una sorpresa: ogni volta che ti arriva una persona disperata con il proprio bambino, magari senza appuntamento, si può sempre fare qualcosa, tutti fanno qualcosa per aiutarla. C’è sempre un’alternativa, finisce sempre bene e sono delle belle storie. Invece in Svizzera è tutto molto più quadrato, anche in Ticino c’è questa idea procedurale.
"L’aspetto negativo, è dato dalla mancanza di occasioni in cui poter uscire con gli amici, andare a ballare, mangiare al ristorante in compagnia e stare con la mia famiglia. Insomma, le attività da svolgere nel tempo libero”.

Sarai da sola ancora per tanto?
A dire la verità mi hanno regalato un cane, non sono più sola! Scherzi a parte, l’anno prossimo dovrebbe arrivare un’altra volontaria e quindi saremo in due, e così potremo magari uscire insieme, fare qualcosa”.

Per il futuro? Cosa pensi di fare?
Il mio piano è di tornare in Ticino, perché lì ci sono la mia famiglia e mia sorella, perché mi manca e perché mi rendo conto che è li che vorrei vivere. Vorrei anche rimanere vicino a InterAgire per seguire i volontari e continuare a collaborare con loro, perché quest’esperienza di cooperazione è una cosa davvero interessante e mi regala tanto sia livello professionale, sia a livello personale”.

Ti porterai qualcosa dal Nicaragua?
Sì, vorrei tornare in Ticino con un bagaglio supplementare di conoscenze ed esperienze e mettere a disposizione quello che ho imparato qua, soprattutto per ciò che riguarda il lavoro con i genitori, credo che possiamo imparare molto dai nicaraguensi”.

Qualche preoccupazione?
Penso che sarà difficile trovare lavoro e questo mi fa paura”.

Due parole per chi ti segue dal Ticino?
Prima di tutto grazie a tutte le persone che mi stanno sostenendo a distanza, per me veramente è molto importante. Io credo che ci sia un senso a tutto, e il mio senso l’ho trovato in Nicaragua, quindi il messaggio, è di seguire il senso delle cose in tutto e di non aver paura di lanciarsi in un avventura così, perché ti da proprio tanto. E poi un saluto molto nicaraguense a tutti!

Per maggiori informazioni:

- Il sito del progetto HAMACA

(Intervista raccolta nel luglio 2014 da Alejandra Orozco Gianella)