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Leda Curti

Un'anima cosmopolita nel bel caos newyorkese

Professione
coordinatrice pubbliche relazioni e comunicazione marketing

Anno di nascita
1986

Comune d'origine
Lugano

Fuori Cantone dal
2013, negli Stati Uniti (con un soggiorno di un anno nel 2011)

Attuale residenza
New York City

Due tra i consigli più ricorrenti nella vita degli studenti universitari riguardano il lavoro e la vita all'estero. Il primo: "Trova un'attività accessoria, vivi un'esperienza professionale che arricchisca il tuo curriculum vitae ancor prima di portare a termine gli studi". Il secondo: "Sfrutta le possibilità di partire tramite stage all'estero o programmi di scambio come l'Erasmus: dopo non ne avrai più il tempo". Leda Curti (classe 1986) ha seguito alla lettera entrambi i suggerimenti riuscendo a ritagliarsi un posto di lavoro a New York City, dove è tornata a vivere dal 2013 dopo una prima, lunga esperienza nel 2010. "Quell'anno, appena ho ottenuto il Bachelor, mi sono trasferita a New York City dove ho intrapreso un corso di Business English e uno stage in un'azienda di moda. Subito dopo ho deciso di tornare in Ticino per specializzarmi e concludere il mio percorso di  studi con il Master in Corporate Communication all'Università della Svizzera italiana di Lugano".

In testa, però, l'idea ben chiara di far ritorno negli Stati Uniti, una volta conclusa la formazione accademica.
"Esatto, e questo sia per ragioni umane, sia professionali. In una realtà così cosmopolita le possibilità di carriera nel mio campo, quello delle pubbliche relazioni (PR), sono migliori".

Cosa è successo, quindi, nel 2013?
"Fortunatamente la stessa azienda in cui avevo svolto lo stage tre anni prima mi ha richiamata e sono stata assunta come trainee, cioè una sorta di apprendista in prova; poi, col tempo, ho collezionato sempre più contatti e oggi lavoro come coordinatrice del marketing e della comunicazione verso l'interno e l'esterno, quindi a stretto contatto con fashion editor, riviste, rappresentanti di negozi e catene, professionisti dei media e agenzie di pubbliche relazioni sia a New York, sia a Milano".

Hai detto di esserti trasferita anche per ragioni più personali. Quali?
"Qui sento di vivere una crescita personale irraggiungibile in Ticino. Una situazione che mi sta dando autonomia e una visione a 360 gradi su differenti aspetti culturali e sociali che è difficile poter ottenere nel piccolo, ovattato mondo svizzero. A prescindere dai vantaggiosi sbocchi professionali che una grossa città come questa mi offre, ho la possibilità di mettermi in gioco in un altro contesto che mi arricchisce e mi permette di affrontare la vita... con un’altra testa".

In una città così grande, che cosa ti affascina di più?
"Molto probabilmente gli stimoli che capti quotidianamente e ti mantengono sempre attiva: è come rinascere ogni giorno. Tutto è interessante, niente è scontato. Dal momento che esci di casa non sai cosa ti succederà, quali incontri interessanti farai e come questi ti cambieranno la vita. Lo dico sempre: non esiste una città come New York City. Se riesci a sopravvivere qui, riesci a farlo ovunque".

Sopravvivere?
"Sì, sopravvivere, perché qui è letteralmente una giungla, dove ci si spinge e si sgomita per conquistare quell’ultimo angolino rimasto libero in metropolitana - e se non ci riesci, stai certo che lo prenderà qualcun altro. Come si può immaginare, in questa città la competizione si sente molto, ma non lo vedo come un aspetto negativo. Tutt’altro".

Una condizione che influenzerà lo svolgimento di ogni tua giornata, se non della tua intera vita.
"In effetti le mie giornate iniziano con l’ambizione di arrivare prima a occupare quel famoso posto libero in metropolitana. Nel settore della moda, infatti, il lavoro offre quotidianamente numerose sfide: l’obiettivo è di mantenere le relazioni con i buyers di prestigiosi negozi e coi media, che hanno contatto diretto con il pubblico tramite i social e i giornali".

Una dimensione, la tua, che può arrivare anche a essere stancante, se non logorante?
"Come in tutti gli impieghi ci sono pro e contro: non è un campo semplice e bisogna curare ogni minimo dettaglio, è vero, ma d'altro canto vi è la possibilità di vedere le collezioni in anteprima, accedere al dietro le quinte delle sfilate e ampliare la propria rete di conoscenze. Ero comunque preparata a questo, perché nessuno ti impone di allontanarti dal tuo Paese d'origine - quando lo fai è perché lo decidi tu, e bisogna essere a conoscenza delle diversità e dei possibili ostacoli".

La tua "nuova" vita all'estero non presenta quindi aspetti negativi?
"No, non direi questo; è solo che il termine "negativo" non rappresenta bene le difficoltà che inevitabilmente ci sono. Trasferirsi è un grande cambiamento: tanti fanno fatica a integrarsi, per altri è più semplice. Ma non vedo niente di negativo in questo; pro e contro ci sono ovunque, anche nel nostro Paese. Dal mio punto di vista, qui vedo un’altra cultura (a dirla tutta, centinaia di altre culture), così simile ma allo stesso tempo così diversa dalla nostra, con la quale cerco di interagire e convivere. Poi è chiaro: essere lontana dalla propria famiglia e dai propri cari è sempre uno svantaggio".

Mantieni contatti frequenti con il Ticino?
"Direi di sì: mi tengo aggiornata sulle notizie di casa nostra tramite quotidiani online e i vari social media. Questi strumenti mi aiutano anche a comunicare spesso e volentieri con la mia famiglia e i pochi amici che mi rimangono sempre vicini nonostante la distanza. Qui ho inoltre avuto la fortuna di conoscere delle belle persone che hanno fatto il mio stesso percorso e con le quali posso condividere tanti pensieri e passioni. Alcuni di loro sono ticinesi, e con altri ho coltivato una bella amicizia che dura da anni".

Quando invece incontri persone di origine estera, come descrivi la tua terra di provenienza?
"Di solito mostro fotografie della mia citta’ e del panorama dal Monte Brè, un'immagine immancabile. In più, descrivo le varie caratteristiche della nostra regione, cercando di sottolineare che parliamo l’italiano perché è una delle quattro lingue ufficiali svizzere. Con mia grande sorpresa, tuttavia, incontro anche alcune persone che conoscono bene Lugano o ci hanno addirittura vissuto per studio o lavoro".

In questi anni hai maturato una nuova visione della tua città?
"Rispetto ad altre realtà ticinesi, ho sempre ritenuto Lugano come polo più aperto a livello internazionale; il Campus universitario dell'USI, in tal senso, è un buon esempio. È quindi bello vedere dall'estero come ogni anno ci sia qualche novità, per esempio l’inaugurazione di strutture o l'introduzione di attività culturali di vario genere. Detto questo, non riesco però ancora a percepire un cambiamento netto e un’effettiva apertura verso questa internazionalità. Penso purtroppo che la mentalità luganese e ticinese sia ancora troppo chiusa verso tutto quello ciò che è diverso ed estraneo. E vivendo in una città come New York in cui lo straniero la fa da padrone, trovo a volte difficile adattarmi alla lunghezza d'onda dell'ambiente ticinese".

Ci sono degli aspetti, in particolare, che ti mancano del nostro cantone?
"In generale quello che mi manca della Svizzera è l’efficienza e la funzionalità di tutti i servizi. La gentilezza dell’impiegata alla posta paragonata a quella newyorkese, per esempio, mi sorprende sempre. In ogni caso, quando si vive all’estero si sente sempre e comunque una punta di malinconia; parlo soprattutto dei sapori, dei profumi e dei paesaggi della mia terra d'origine. Un’altra cosa di cui a volte sento la mancanza è sicuramente il cibo “nostrano”. E lo yoghurt!"

Quali invece gli elementi caratteriali di "ticinesità" che porti sempre con te?
"Sicuramente, da buona svizzera, conservo un’indole organizzativa e mi preoccupo di compiere al meglio i miei compiti mantenendo delle tempistiche abbastanza rapide che influiscono sul risultato finale del mio lavoro; la famosa e stereotipata puntualità svizzera è quindi sempre riconosciuta positivamente. Anche se lavorare con gli americani e persone di altre culture non è sempre semplice, cerco insomma di non perdere il contatto con quei tratti distintivi che mi hanno accompagnata durante la mia formazione".

Porti allora con te un qualche oggetto proveniente dalla Svizzera, un souvenir...
"Certo, il coltellino svizzero!"

A più di un anno dal tuo trasferimento, consiglieresti la tua strada a un o una ticinese che opera nel campo della moda come te?
"Certo, consiglierei a tutti di fare un pezzo di percorso di vita al di fuori dai confini nazionali. Oltre a essere una buona palestra per la mente e per confrontarsi con il mondo, le porte che possono aprirsi - se sfruttate bene - portano a grandi opportunità per la propria carriera".

Rifaresti ogni scelta che hai fatto?
"Senz'altro: l’educazione che ho ricevuto in Svizzera - dentro e fuori la scuola - mi ha dato una buona formazione e oggi sono riuscita a diventare ciò che volevo essere sin da bambina, fiera del mio percorso di studi e di esperienze".

Pensi che prima o poi farai ritorno in Ticino?
"Ho un’indole cosmopolita: mi piace l’anonimato e mi piace avere la libertà di fare la spesa alle due di notte, se ne ho voglia. Una volta abituata a una grande realtà come questa, è davvero arduo e quasi impensabile tornare indietro. Tuttavia, allo stesso tempo, niente batte la pace e il verde del Ticino. Quindi, direi che non si può mai sapere cosa riserva il futuro".

E nel caso decidessi di continuare a vivere negli Stati Uniti, pensi di rimanere a New York?
"Mi piacerebbe poter continuare quello che ho iniziato, sì, ma cerco anche di guardare avanti verso le opportunità che potrei incontrare. Ho vissuto per un breve periodo anche a Los Angeles, un’altra città dove il campo delle pubbliche relazioni è molto sviluppato e dove non mancherebbero sicuramente i vantaggi. Nonostante ciò, New York City mi ha dato tanto e mi sta continuando a dare molto - sia professionalmente, dove ho iniziato il mio percorso già quattro anni fa, sia a livello personale. È difficile separarsi da una città che ti ha fondamentalmente plasmata e ha cambiato tanti aspetti della tua vita".

Cos'è per te, insomma, New York?
"Una giungla dalle mille contraddizioni: la ami e la odi, ti riempie l’anima e te la svuota allo stesso tempo. Una gigante calamita da cui non riesci più a staccarti, volente o nolente. Solo vivendola puoi capire".

(Intervista raccolta nel settembre 2014 da Mattia Bertoldi)