Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana

370 FATüRA FAV 1606, DELI2 565, NOCENTINI 420, DELT 1.1113-1114, DEEG 553, REP 616. [11] GIACOMETTI 91. [12] ChERUB. 5.62. [13] PASQUINI, Lessico 283. [14] BARACChI 50, BONAZZI, Lessico 1.283, DVT 375, DELT 1.1113, DEEG 553, MASSERA56, GIORGETTA-GhIGGI 387, BELLATI 534. Galfetti fatürá, -rada fatüra fatütt fá1 faudènafalda FÁULA (fála) s.f. Donna sciocca, buffona (Verz. [1]). Voce isolata e di origine incerta, per la forma simile al ted. faul ‘guasto, marcio’ e poi ‘pigro’ [2], per il senso all’ingl. fool ‘sciocco, stupido’ e ‘buffone, giullare’. B i b l.: [1] MONTI 76. [2] DUDEN3.1045-1046. Moretti FAUSTÍGN (faštíñ) n.pr. Faustino. Nell’espressione scherzosa di Cavergno san Faustígn e san Gioviál, S. Faustino e S. Gioviale: l’allegria. L’espress. prende spunto dai significati degli agg. fausto e gioviale, riconosciuti nei corrispondenti n.pr.; il riferimento scherz. a nomi di santi si riscontra in locuz. quali cafè da santa Chiara‘caffè leggero, allungato’ (v. Chiara), fá santa Néta‘mangiare tutto, fare piazza pulita’, ghignèe con sant Güstígn‘ridere di gusto’, festegiá san Quintín‘sbevazzare’, rivá san Férm‘doversi fermare’, ecc. Il riferimento a S. Faustino non è comunque casuale a Cavergno, dove il nome ricorre pure significativam. nell’onomastica personale storica [1]; nella locale chiesa parrocchiale sono conservate le spoglie di un S. Faustino martire, traslate nel 1760 da Roma da alcuni cavergnesi colà emigrati [2]. L’abbinamento con Gioviale sarà forse stato suggerito dalla coppia di santi martiri Faustino e Giovita, patroni della città e diocesi di Brescia. B i b l.: [1] MARGNETTI, Onom. 47-48,116. [2] Cfr. MARGNETTI, Onom. 45-46, BORRANI, Tic. sacro 168-169. Moretti FAV (ff) s.m., FAVA(fáva) s.f. Favo. V a r.: s.m. fav; fau(circ. Faido, Rovana, Cavigliano, Losone), faul (Gresso), fáuro (Preonzo, Lodrino), fè (Buseno); – s.f. fava(circ. Maggia, Ons.), fèva(Bondo). 1. I fav di vicc ca i a ént lu mél, i favi delle api che contengono il miele (Peccia), tòo fòra i fav di bütt, levare i favi dalle arnie (Gordevio); i tanái e i curtéi par tirè fòra i féi e scrostái, le tenaglie e i coltelli per estrarre i favi e disopercolarli (Calpiogna), la spázzola par levaa i avicc dal fau, la spazzola per staccare le api dal favo (Losone); fai da ní, favi da nido: costruiti su telaini più grandi, collocati nella parte inferiore dell’arnia e destinati a ospitare la covata (Soazza), fau artificiál, favo artificiale, costruito dalle api a partire da un foglio cereo prestampato (Losone); avicc da fav, api ceraie (Giornico). Prima della razionalizzazione delle tecniche apicole, le api operaie costruivano spontaneamente i favi all’interno dei bugni villici, sospendendoli alle loro pareti o ad apposite bacchette che li attraversavano; la raccolta del miele richiedeva pertanto la soppressione dell’intera colonia e la conseguente distruzione dei favi, posti entro sacchi di tela e quindi stretti fra due stanghe o torchiati per estrarne il miele. Con l’avvento delle arnie di tipo moderno, dotate di pannelli mobili, i favi vengono costruiti dalle api a partire da fogli cerei goffrati fissati su telaini di legno armati con sottili fili metallici; al momento della smielatura, normalmente riservata ai favi ricavati dai melari, essi vengono disopercolati con l’ausilio di speciali forchette o coltelli e quindi posti nella smielatrice centrifuga. Una volta svuotati sono nuovamente inseriti per qualche giorno nelle arnie per essere ripuliti ed eventualmente riparati dalle api; in vista del loro reimpiego nella stagione successiva vanno quindi riposti in speciali armadi a tenuta stagna, nei quali viene bruciato dello zolfo onde impedire le infestazioni delle tignole della cera. Taluni apicoltori usano inserire in alcuni telaini appositi favetti che, una volta costruiti, riempiti di miele e opercolati, vengono posti in commercio senza essere smielati. 2. Altri significati 2.1. A Sonogno i fav del cör, le orecchiette, i ventricoli del cuore: l’éva i fav del cör piégn de sangw quagióo, aveva le cavità del cuore piene di sangue rappreso. 2.2. A Cavergno fav, spicchio di aglio. 2.3. Ad Arogno fav e a Croglio fava, faggina, frutto del faggio. Dal lat. FăVU(M) ‘favo’ [1]. Le var. faul e fáuro presuppongono un *FAVŭLU(M), riconosciuto anche come retrostante ad alcuni esiti it. [2]; il ricorso al suff. potrebbe essere stato facilitato da una tendenza all’allungamento dei monosillabi, cfr. ad es. nell’Ons. travul e traul var. di trav ‘trave’. La forma femm. risulta

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