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Ecopop e il Ticino: attenzione agli autogoal

13.11.2014

La Regione Ticino, 13 novembre 2014

Questa iniziativa popolare, in votazione il prossimo 30 novembre, si spinge ben oltre quella contro l’immigrazione di massa approvata lo scorso 9 febbraio. Mira ad una drastica limitazione dell’immigrazione nel nostro Paese. Chiede infatti che l’aumento della popolazione permanente, dovuto al saldo migratorio, non superi lo 0,2 % all’anno, come media triennale, ossia al massimo circa 16'000 persone.

Per questa riduzione massiccia di afflusso non vi sarà alcun periodo transitorio di adattamento e la Confederazione dovrà investire nella promozione della pianificazione familiare volontaria almeno il 10 % delle risorse finanziarie allocate a favore della cooperazione internazionale per lo sviluppo. Questi due obbiettivi dell’iniziativa verrebbero così a sovrapporsi a quelli perseguiti dalla novella costituzionale (art. 121a) adottata dal popolo e dai cantoni, che introduce tetti massimi e contingenti, e complicherebbe enormemente il quadro giuridico.

Per l’economia nazionale si prospetterebbero ulteriori e serie difficoltà, con incongruenze ingestibili e ulteriore burocrazia di cui proprio non abbiamo bisogno. La limitazione draconiana e irrealistica dei permessi di soggiorno comprenderebbe anche le richieste d’asilo, il ricongiungimento familiare e le ammissioni per ragioni umanitarie, settori nei quali la Svizzera è vincolata da precisi obblighi costituzionali e da impegni previsti dai trattati internazionali. Il contingentamento di tutte le categorie dei permessi di soggiorno di durata superiore ad un anno, oltre ad essere un’impresa estremamente complessa (considerato il numero dei tipi di permesso), metterebbe in concorrenza i vari settori economici toccati, i cui interessi divergono significativamente.

Non va dimenticato che circa il 55% delle persone impiegate nella chimica, nella farmaceutica e nelle biotecnologie - quindi in ambiti strategici dell’economia del Paese - sono professionisti provenienti dall’estero. Ma anche molti altri settori economici non potrebbero svilupparsi senza l’apporto di forze lavorative straniere, come sappiamo bene in Ticino. Per far fronte all’impossibilità di reclutare manodopera dall’estero, i datori di lavoro nel nostro Cantone sarebbero costretti ad assumere ancora più frontalieri in quanto essi non rientrano nei vincoli dell’iniziativa, non facendo parte della “popolazione permanente”. Il fenomeno di sostituzione della manodopera indigena da parte di quella frontaliera si accentuerebbe drammaticamente.

In misura ancora più forte rispetto all’iniziativa contro la cosiddetta immigrazione di massa, questa iniziativa contro il sovrappopolamento verrebbe a collidere irrimediabilmente con l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, obbligando il Consiglio federale a disdirlo formalmente nei confronti dell’UE, con tutte le conseguenze del caso. C’è da aspettarsi che questa volta le reazioni del nostro interlocutore a Bruxelles sarebbero ben più dure di quelle che abbiamo potuto costatare dopo la votazione popolare dello scorso febbraio. La denuncia dell’accordo sulla libera circolazione determinerebbe la decadenza automatica di tutti gli altri Accordi bilaterali in virtù del meccanismo della clausola ghigliottina. Non è saggio tirare troppo la corda con il nostro principale partner istituzionale e commerciale.

E’ anzitutto nel nostro interesse nazionale evitare un pericoloso crescendo di tensioni con l’UE che avrebbe ripercussioni controproducenti in diversi settori strategici per il nostro Paese, come la partecipazione ai progetti europei di ricerca (che anche noi abbiamo contribuito a finanziare) o come l’accordo sulla soppressione degli ostacoli tecnici al commercio e l’accesso ai mercati finanziari europei. L’equazione meno popolazione uguale meno danno all’ambiente è semplicistica e tutta da dimostrare: l’esempio dell’evoluzione nel settore agricolo sembra piuttosto smentirla, perlomeno in relazione all’obbiettivo di ridurre l’uso di determinate sostanze nocive per l’ambiente. Non è possibile affrontare i problemi legati allo sviluppo territoriale, alla pressione sulle infrastrutture e alle tensioni nel mercato del lavoro, limitandosi ad individuare sempre nello straniero la causa di ogni nequizia. Non è con la politica dei continui segnali di avvertimento verso l’estero che faremo passi significativi in avanti, e ancor meno introducendo nella nostra “magna charta” propositi dal vago sapore xenofobo e neocolonialistico.

Il Ticino ha già avuto modo di lanciare il suo segnale di disagio a Berna. Ora è nel suo stesso interesse opporsi con chiarezza a questa iniziativa pericolosa, che porterebbe oltretutto ad un ulteriore afflusso di frontalieri.