Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport
Discorso
Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport
28 aprile 2026
Intervento della Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti al XXX Dies Academicus dell’Università della Svizzera italiana del 25 aprile 2026
- Fa stato il discorso orale -
Stimata presidente del Consiglio dell’Università, signora Duca Widmer,
stimato rettore ad interim, professor Balbi,
stimati membri del Consiglio e del Senato accademico,
professoresse e professori,
collaboratrici e collaboratori,
stimate e stimati rappresentanti delle autorità,
gentili ospiti,
care studentesse e cari studenti,
Un’università è sempre, ce lo ricorda l’etimologica, una comunità di persone che si impegnano reciprocamente a crescere insieme: un universo, un organo che funziona e trova la ragion d’essere nell’accoglienza, e la ricchezza nella sua natura onnicomprensiva. Ed è a questa comunità accademica, a voi presenti, che va, a nome del Governo cantonale che rappresento come direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, un ringraziamento sincero per tutto l’impegno profuso ogni giorno a favore dell’ateneo.
Non si può ignorare la particolarità del momento che Università della Svizzera italiana sta attraversando e deve attraversare. Di nuovo, nel giro di pochi anni, ci riuniamo nel Dies Academicus per festeggiarla, nell’attesa che il suo futuro rettore o la sua futura rettrice siano nominati.
Per questo motivo rivolgo un sentito ringraziamento al professor Gabriele Balbi, il quale sta ricoprendo la carica di rettore ad interim con competenza e dedizione esemplari, guidando l’USI in questa delicata fase di transizione a seguito delle dimissioni della professoressa Luisa Lambertini, che pure ringrazio per il lavoro svolto negli scorsi anni.
Molte sono le sfide per il prossimo futuro. Non da ultima, ne sono pienamente consapevole, quella legata ai mezzi finanziari messi a disposizione delle Università, che si inserisce in un contesto generale difficile sia per la Svizzera sia per il Cantone.
Limitandomi alla situazione cantonale, poco più di una settimana fa il Consiglio di Stato ha presentato il messaggio relativo alla prima tappa di attuazione delle due iniziative popolari approvate dalla popolazione nella votazione cantonale del 28 settembre 2025.
Il messaggio, che va nella direzione di quanto richiesto dalla popolazione, permetterà di aumentare già a partire dal 2027 l'entità dei sussidi di cassa malati, consentendo un aumento dei beneficiari pari a circa 8'000 persone e procedendo in modo graduale a realizzare gli obiettivi richiesti dall'iniziativa del 10%.
Parallelamente, per quanto riguarda le deduzioni fiscali – oggetto della seconda iniziativa approvata – la soluzione proposta prevede a partire dal periodo fiscale 2027 di aumentare le deduzioni massime di circa il 20%. Ne beneficeranno circa 90'000 contribuenti.
La realizzazione di questa prima tappa comporta un costo complessivo supplementare annuo a carico del Cantone di 51 milioni di franchi. Per finanziarla, il Consiglio di Stato ha proposto un piano equilibrato, fondato su circa 25 milioni di nuove entrate e 25 milioni di risparmi su spese annue. Tra questi, lo sapete, sono previsti anche 5.5 milioni di risparmi sull’Università per gli anni 2027, 2028 e 2029.
Non è stata una scelta facile. Personalmente, avrei preferito un altro tipo di equilibrio complessivo, onde evitare di dover mettere sotto ulteriore pressione un settore importantissimo per il nostro Cantone come quello della formazione e della ricerca universitaria.
Ciò detto, considerato il contesto nel quale siamo inseriti, sia dal punto di vista politico che in termini di erosione del potere d’acquisto per una parte sempre più importante della popolazione, è stato purtroppo inevitabile toccare anche questo settore, che negli scorsi decenni ha visto una forte crescita. Ricordo che ancora nel giugno 2024, licenziando il messaggio di politica universitaria cantonale 2025-2028, il Cantone aveva stanziato ben 736 milioni di franchi per l’intero settore universitario, come mai prima di allora.
Ciò detto, la strategia del Governo nei confronti delle università rimane chiara. Il Cantone ha definito un indirizzo preciso attraverso il messaggio di politica universitaria e i contratti di prestazione: attenzione alle ricadute sul territorio, sviluppo di ambiti strategici, rafforzamento della ricerca e della formazione, promozione di settori chiave come la biomedicina – su cui il Cantone intende puntare in modo importante.
Sono certa che l’Università saprà essere resiliente, continuando a dimostrare il proprio valore e portando il proprio contributo a maggior ragione in questi anni complessi.
Dopo 30 anni di forte crescita, è forse giunto il momento in cui l’Università investa ancora di più nella qualità della ricerca e dell’offerta formativa, operando delle scelte, intensificando il lavoro in rete con altre istituzioni, proseguendo il mandato della trasmissione del sapere alla società, e trovando la stabilità e l’equilibrio necessari per assicurare nel tempo la propria sostenibilità.
Il Dies Academicus che qui celebriamo non è soltanto una cerimonia: è il momento in cui l’università si ferma per guardarsi allo specchio, per misurare la distanza percorsa in dodici mesi e rinnovare il patto con la società che la ospita e la sostiene. È un rito antico, vecchio di secoli. E che per la nostra università si compie per la trentesima volta. Trent’anni. Se ogni rito custodisce una promessa, oggi ci ritroviamo allora qui per affermare la volontà che questa promessa venga mantenuta.
L’Università della Svizzera italiana occupa un posto singolare nel paesaggio accademico europeo, perché ha scelto fin dall’origine la scommessa più difficile: essere piccola per eccellere; essere radicata in un piccolo territorio per parlare al mondo.
Trent’anni, nel sentire odierno, se rapportati alla vita umana, non sono molti. Rappresentano comunque l’età in cui alcune scelte cruciali sono già state fatte, ma con il futuro ancora in gran parte da disegnare. E lo sappiamo: non c’è aspetto dell’esistenza umana che, più di quello della contabilità degli anni compiuti, rende evidente la differenza tra addizione e crescita: non contano gli anni che hai, conta come li hai vissuti.
Per un’università, invece, trent’anni sono considerati ancora pochi. Ma è tempo trascorso, vissuto. Per l’USI sono stati anni entusiasmanti, ricchi di sorprese e con alcuni scossoni.
Certamente, in un mondo di trasformazioni accelerate, neppure un’università può permettersi di indugiare sul passato. Tuttavia, dal suo passato può trarre le lezioni utili a tracciare la strada nel futuro: deve saper immaginare, sperimentare e formare oggi per un domani che arriverà molto, molto in fretta. Deve essere pronta, a qualsiasi sfida.
Ora, una delle maggiori sfide del nostro tempo, che è arrivata e rapidissimamente si è insinuata in ogni attività umana, è quella rappresentata dalla cosiddetta intelligenza artificiale. Ne avevo già parlato in occasione del Dies Academicus 2024.
Con sempre maggiore evidenza, l’intelligenza artificiale sta spingendo una parte crescente della ricerca più avanzata, soprattutto d’ambito tecnologico, a uscire dalle università per dirigersi verso le grandi aziende private. È un cambiamento strutturale nel modo in cui si produce e si trasmette la conoscenza, che sta rimodellando ogni fase della ricerca scientifica, riorientando l’innovazione in vari campi, dalle scienze della vita alle discipline umanistiche. In presenza di mutamenti così radicali e pervasivi è indubbiamente urgente riuscire a costruire ponti tra i saperi e dotarsi di strategie e regolamentazioni chiare. Riportando al centro la riflessione etica, al momento lasciata in secondo piano, scientemente. Nell’uso quotidiano, l’intelligenza artificiale ci permette di risparmiare fatica. Legge e riassume senza dover aprire un libro, traccia itinerari senza studiare una mappa: può decidere per noi senza evitandoci di esplorare, con studio e fatica, tutte le possibilità.
Ma, senza demonizzarla, è una scorciatoia che rischia di minare la nostra capacità fondamentale di giudizio. È un fenomeno che sta emergendo con forza soprattutto in ambito educativo, a riprova della sua rilevanza sociale. Perché il processo riguarda la capacità di sviluppare il senso critico e di costruire un pensiero proprio e correttamente informato: una personale lettura del mondo. Se la plausibilità testuale sostituisce la verifica, delegata ad altri, l’illusione di sapere, neppure percepita come tale, prende il posto della conoscenza. Si finisce col ritenere vero ciò che è soltanto verosimile. Un rischio anche per l’esercizio dei diritti democratici. Stare al passo con questa sfida cruciale interpella direttamente la scuola e il mondo accademico: luoghi privilegiati deputati alla formazione di menti aperte e consapevoli. Ecco perché nel 2024, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport ha costituito un gruppo di lavoro, tuttora attivo, coinvolgendo in una piattaforma di scambio anche la SUPSI, il DFA/ASP, la Scuola universitaria federale per la formazione professionale e l’Università, con l’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo del gruppo di lavoro è l’elaborazione di una strategia cantonale sull’uso dell’intelligenza artificiale nella formazione e nell’educazione che sarà posta in consultazione e poi presentata entro la fine dell’anno.
La sfida dell’intelligenza artificiale interpella anche chi governa, perché la formazione, in una società civile e avanzata, è tra i più alti investimenti nel futuro collettivo, e incarna la nostra responsabilità nei confronti delle nuove generazioni. Tutto questo è cultura; tutto questo è partecipazione alla democrazia; tutto questo è apertura alla tolleranza fra gli individui e i popoli. E tutto questo spiega perché abbiamo bisogno, oggi più che mai, di un’università forte, che sia capace di insegnare il rigore critico e il valore del dubbio metodico, come antidoti alla disinformazione e all’impoverimento, non solo culturale, della società.
Sono trascorsi trent’anni dalla nascita ufficiale dell’Università della Svizzera italiana. E qui è doveroso ricordare le parole di uno dei maggiori fautori del nostro ateneo, il Consigliere di Stato Giuseppe Buffi, che vedeva, nella fondazione, «un atto d’amore della Svizzera italiana alla Svizzera intera». Tuttavia, per il Ticino delle sfide e delle speranze, così come per la nostra ancora giovane università, si ripresenta il momento di rispondere a domande tanto semplici quanto basilari: quale università vogliamo essere? Rivolta a chi? Aperta a quale tessuto politico e sociale?
Forse sarà proprio la sua giovinezza a permettere all’USI di raccogliere le sfide che queste domande sottendono con freschezza e agilità. D’altra parte, l’imminente nomina rettorale rappresenterà un passaggio determinante, non soltanto dal punto di vista amministrativo. Sarà l’occasione per le istanze accademiche di ridefinire la propria visione strategica, di chiarire e ribadire il suo patto con il territorio, quell’atto d’amore.
Oggi verranno onorate e ricordate numerose persone che in modi diversi hanno portato contributi importanti all’Università della Svizzera italiana. A tutte e tutti loro, e parlo a titolo personale, del Dipartimento e del Consiglio di Stato, vanno le nostre congratulazioni e i nostri sinceri ringraziamenti per quanto fatto. Ma oggi mi preme ricordare una figura, in particolare, quella di Mauro Martinoni, che ci ha purtroppo lasciati il mese scorso.
Psicologo e pedagogista, è stato uno fra gli artefici della nascita e lo sviluppo dell’USI, ma anche il primo capo dell’allora Ufficio cantonale dell’educazione speciale. Persona di grande umanità, generosa, stimata, capace di coinvolgere tante persone e di lavorare per il bene comune, per le nostre istituzioni. Il Cantone deve molto a lui ed è doveroso rivolgergli un particolare ringraziamento e un plauso per tutto quanto ha dato e per il bene che ci ha lasciato grazie a tanti anni di eccezionale lavoro.
Mi è caro allora condividere con voi un breve estratto di una sua riflessione sull’educazione, pubblicata il 16 marzo 2026 in una delle sue newsletter, poco prima di lasciarci:
Stavo leggendo un articolo sul giornale, non nascono più figli. Oggi spesso siamo di fronte a famiglie limitate alla madre e al padre, in una città con pochi contatti. Curare un figlio è un ostacolo. Asili nido costosi, sussidi per pagare le rette. Asili lontani dal posto di lavoro. La prima misura è che lo Stato garantisca un sostegno educativo dalla nascita alla maggior età. Non una scuola obbligatoria anche per neonati, ma il sostegno a una comunità educante. Poi si può sognare più in grande ipotizzando che le lezioni dalla cattedra siano solo magari la meno efficace forma di insegnamento. Socrate filosofava passeggiando. E gli spazi scolastici sarebbero sarebbero aperti, come occasione di stare assieme, magari aiutarsi, magari… E i pensionati quelli che hanno amato il loro lavoro, ottime competenze per l’orientamento…
Ecco, questo sogno, questa idea di società del domani di Mauro Martinoni ci riconducono idealmente alle parole che l’allora Consigliera federale Ruth Dreifuss pronunciò in occasione del primo Dies Academicus dell’USI, nel 1997:
Scorrendo un bel libro sul Ticino, ho letto una riflessione di Giovanni Orelli che mi sembra illustri bene il percorso che ha portato alla creazione di questa Università: “Se è vero che il fondo del pensiero è sempre un incrocio di strade, il Ticino ha una posizione privilegiata. Ma è altrettanto vero che la ‘natura’ non basta. Non basta l’occasione: occorre che a quella occasione si dia una forma”.
Le parole di Ruth Dreifuss e di Giovanni Orelli suonano oggi quantomai attuali. Il Ticino ha un passato umile ed è da sempre un incrocio di strade: strade politiche, sociali, culturali, economiche, che storicamente abbiamo sempre saputo trasformare in opportunità di sviluppo, dando loro una forma. Ora siamo di fronte al rinnovo di quella sfida.
Il contesto globale in cui ci troviamo ad operare pone questioni e sfide complesse. Ma sono certa che con lo stesso entusiasmo e la stessa caparbietà di cui siamo state e siamo stati capaci in passato, sapremo anche in futuro, avendo chiara la meta, trovare il cammino.
Grazie.




