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Discorso

Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport

27 aprile 2026

Discorso

Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport

27 aprile 2026

Saluto della Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti all'inaugurazione della mostra Bertille Bak. Voci dalla terra. Museo Vincenzo Vela, Ligornetto, 25 aprile 2026


Gentile direttrice Antonia Nessi,
Gentile signora Bertille Bak,
Gentile professor Giorgio Zanchetti, g
entili signore e signori,  

è sempre un graditissimo piacere respirare l’atmosfera speciale di queste sale, di questa splendida residenza d’artista che è già un’opera d’arte in ogni suo dettaglio.

Ma è un piacere speciale, per me, essere qui oggi per inaugurare una mostra che, in fondo, è un po’ un cerchio che si chiude, che da Vincenzo Vela parte e che a Vincenzo Vela ritorna, seguendo il filo dell’arte che celebra il lavoro come forza di trasformazione sociale: un tema che mi sta particolarmente a cuore e che tanto deve al Maestro ticinese.

La celebrazione artistica del lavoro affonda le radici nel XIX secolo, quando l’industrializzazione comincia a ridisegnare il volto dell’Europa. Prima di allora, il lavoro manuale, per quanto centrale nella quotidianità della maggior parte della popolazione, è quasi assente dalle grandi narrazioni pittoriche: la tradizione esalta eroi mitologici, santi, condottieri e aristocratici, mentre il lavoratore rimane a lungo un figurante anonimo nei paesaggi, un semplice dettaglio di colore locale. Occorre attendere il Romanticismo, e soprattutto il Realismo, perché la figura del lavoratore diventi protagonista assoluta di un’opera d’arte, portatrice di dignità e di una propria epica.

Il punto di partenza più eloquente di questa tradizione è proprio il monumento alle Vittime del lavoro di Vincenzo Vela.  

L’opera nasce da un impulso personale in concomitanza con l’apertura della galleria ferroviaria del San Gottardo, frutto dei lavori di scavo compiuti tra il 1872 e il 1882. Durante i dieci lunghi e terribili anni del cantiere quasi 200 persone trovano la morte, e innumerevoli altre riportano pesanti conseguenze a causa dell’insalubrità e della durezza delle condizioni di lavoro e di vita.

L’altorilievo di Vincenzo Vela mostra corpi di operai spossati, che avanzano piegati dalla fatica, trasportando quello inerte di uno di loro. Non c’è retorica trionfale, non c’è nessuna esultanza: solo un gesto di profonda pietà, che è insieme un atto d’accusa muto e potente. Vela fu uno dei primissimi artisti a trasformare la morte sul lavoro in materia degna di monumento pubblico, in testimonianza civile, facendo di un fatto contemporaneo locale un’immagine universale, in anticipo di decenni sulla sensibilità sociale del Novecento, che da quest’opera tanto è stata influenzata.

Un altro esempio di grande intensità emotiva attorno a questo tema, a cui è impossibile non pensare e molto noto anche da noi, è rappresentato dal celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo Quarto Stato. Quarto Stato in cui l’artista piemontese culmina la sua lunga riflessione sul lavoro collettivo. Una massa di braccianti avanza compatta verso lo spettatore, guidata da tre figure centrali — un uomo a torso nudo, una donna con in braccio un bambino, un operaio —, in una composizione che è diventata l’icona per eccellenza delle rivendicazioni proletarie, del movimento operaio e anche del 1. maggio, la Festa dei Lavoratori che ci apprestiamo a commemorare, in ricordo della lotta per condizioni di lavoro dignitose.    

L’arte che racconta il lavoro come esperienza umana — nella sua dignità, nella sua fatica, nei diritti negati e nella loro dolorosa conquista — costituisce uno dei filoni più robusti e moralmente urgenti della storia dell’arte occidentale e mondiale. Non è mai stata soltanto decorazione o propaganda: è e continua a essere coscienza civile fatta immagine, memoria collettiva, strumento di riconoscimento reciproco tra chi guarda e chi è raffigurato.

Pensiamo ad esempio ai murales, che dal Messico si diffondono nel mondo e nelle epoche, e che arrivano fino alla moderna street art, un’espressione artistica che esce dal museo e diventa componente dello spazio civico, accessibile a tutti. Pensiamo alla fotografia, che con il tempo si fa anche strumento di denuncia asciutta e dolente delle ingiustizie sociali, documentando le condizioni di vita e di lavoro dei dimenticati di ogni parte del mondo.

Ebbene, il monumento di Vela, con quei corpi curvi sotto il peso del progresso, è ancora oggi un punto di partenza possibile per chiunque voglia capire che cosa l’arte è in grado di fare quando decide di stare dalla parte di chi lavora.

Mi verrebbe da dire, parafrasando Bertolt Brecht e la sua celebre frase “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”: sventurata la società che ha ancora bisogno di artisti per dare voce a chi non ne ha.

Ma non viviamo in un mondo ideale. Il catalogo del lavoro umano nel pianeta ha, in molti aspetti, cambiato volto, si è fatto globale, più sfaccettato e diversificato, è sicuramente molto migliorato, anche grazie alle conquiste sociali a cui opere come le Vittime del lavoro hanno contribuito: ma non per tutti, non sempre, non ovunque. Sotto l’apparenza del progresso, e spesso nell’invisibilità, ancora si celano sfruttamento, precariato e fragilità.

Di lavoro, o di mancanza di lavoro, ancora ci si ammala; e ancora, purtroppo, si muore. Il lavoro come tema etico universale rimane attuale: anche oggi, anche nella progredita e civilissima Svizzera – le statistiche degli incidenti mortali e degli infortuni sul lavoro sono impietose.

Per questo abbiamo ancora bisogno di artisti come Bertille Bak, la cui ricerca rimane non solo indispensabile ma anche urgente. Perché l’arte è uno dei più potenti veicoli di critica sociale e, grazie al coinvolgimento del sentire umano più profondo, riesce a fare qualcosa che altri linguaggi, come quello politico o quello giornalistico, spesso non riescono a ottenere: ovvero, rendere visibile ed emotivamente comprensibile l’ingiustizia, trasformare l’assenza di voce in presenza visiva.

L’arte compie atti politici con strumenti estetici, e agisce su più livelli contemporaneamente: illustra, fa sentire, fa discutere, fa capire. Obbliga a vedere. E soprattutto: trasforma un problema individuale in una questione collettiva. Se la politica propone soluzioni e il giornalismo racconta fatti, l’arte è in grado di cambiare la nostra percezione della realtà. Ed è proprio questo cambiamento di percezione che rende possibile, nel tempo, ogni vero cambiamento sociale, al di là di qualsiasi lettura ideologica.

Certamente, anche per ragioni storiche le poetiche di Vincenzo Vela e di Bertille Bak che in questo luogo meraviglioso si incontrano, sono profondamente diverse nei mezzi, nel metodo e nel rapporto con le persone ritratte. Eppure, sono poetiche che condividono la stessa radice etica, la stessa urgenza morale. Il lavoro di Bertille Bak può forse essere definito come una continuazione aggiornata della linea del Vela, un cerchio che si chiude, come dicevo all’inizio, ma dentro una ferita umana e sociale che purtroppo non riesce a chiudersi mai.

Ringrazio chi ha reso possibile questa mostra e il ricco programma di manifestazioni collaterali. Ringrazio l’artista, Bertille Bak, per la sua ricerca quanto mai necessaria, così come il professor Giorgio Zanchetti, curatore del ponderoso carteggio di Vincenzo Vela, pubblicato in collaborazione con il Museo dalle Edizioni dello Stato del Cantone Ticino nella collana Testi per la storia della cultura della Svizzera italiana della Divisione della cultura e degli studi universitari. Un’opera, il carteggio, che ha portato nuova luce su questa figura maggiore della nostra storia culturale – Svizzera ed europea, per quanto concerne la scultura – e che sa ancora interrogare il nostro presente.

Grazie.