Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport
Discorso
Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport
01 giugno 2026
Saluto della Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti in occasione del Festival culturale Echi di Storia, Lugano, 29.05.2026
- Fa stato il discorso orale -
Gentili Signore e gentili Signori,
è con vero piacere che porto il saluto del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport all’apertura di Echi di Storia 2026, un festival che si sta affermando come una presenza importante nella vita culturale del nostro Cantone. Il tema scelto per questa terza edizione, “Popoli”, è uno di quei temi che sembrano immediati solo finché non ci si ferma a pensarli davvero. E forse proprio qui sta uno dei primi meriti della storia e di un festival come questo. La storia ci insegna a diffidare delle parole troppo facili. Ci invita a non usare come ovvio ciò che ovvio non è. Ci ricorda che le parole che più spesso abitano il discorso pubblico sono anche quelle che più facilmente si prestano alla semplificazione, talvolta alla manipolazione.
“Popolo”, “popoli” sono parole potenti. Possono evocare appartenenza, solidarietà, memoria condivisa. Ma possono anche giustificare esclusioni, gerarchie, contrapposizioni. In nome dei popoli, nella storia, si sono costruite libertà e si sono compiute violenze, si sono affermati diritti e si sono tracciati confini, si sono accese speranze di emancipazione e si sono alimentate nuove forme di dominio. Per questo, interrogare storicamente questa parola non è un esercizio astratto. È un gesto civile. Viviamo in un tempo in cui le identità collettive sono tornate con forza al centro del discorso pubblico. Si parla di popoli, di nazioni, di radici, di appartenenze. Ma se queste parole non vengono illuminate dalla profondità storica, se non vengono sottoposte al vaglio critico della ricerca e della riflessione, rischiano di ridursi a slogan, a formule emotive, a strumenti di semplificazione, di dominio, di prevaricazione. La storia, invece, ci chiede altro. Ci chiede di distinguere, di contestualizzare, di capire, di affinare il nostro sguardo sul presente e il nostro agire. C’è un episodio che, da questo punto di vista, ci riguarda molto da vicino e che sarà al centro di uno degli approfondimenti del festival. Penso alla vicenda del popolo Jenisch, alla lunga storia di discriminazioni, separazioni forzate, umiliazioni e violenze subite in Svizzera.
Per molto tempo tutto questo è rimasto ai margini del racconto pubblico, quasi fosse una pagina secondaria da non guardare troppo da vicino. Eppure è proprio in casi come questo che si vede quanto la storia sia necessaria. Perché la storia, quando è rigorosa, non accarezza l’immagine che una comunità ama dare di sé. La mette alla prova. La costringe a guardarsi anche nei suoi risvolti più scomodi. Ci ricorda che una società democratica non è forte quando rimuove le proprie ombre, ma quando ha il coraggio di riconoscerle e di nominarle. La storia ci obbliga a una forma di responsabilità.
C’è poi un secondo episodio, più lontano nel tempo ma altrettanto eloquente. Lo storico francese Marc Bloch, uno dei grandi maestri del Novecento, combattente nella Prima guerra mondiale, resistente nella Seconda, poco prima di essere fucilato dai nazisti scrisse parole che ancora oggi suonano come un monito severo. Disse, in sostanza, che l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato. La storia è uno degli strumenti con cui una società impara a non essere in balia dell’immediatezza, della propaganda, della paura. Per questo il rapporto tra storia e cittadinanza è così profondo. La cittadinanza si costruisce conoscendo regole, diritti e istituzioni, certamente essenziali (e purtroppo sempre più scalfite e fragilizzate). E si costruisce anche imparando a leggere criticamente il mondo, quello che è stato e quello che è. Imparando a interrogare le narrative che ci vengono offerte. La storia, da questo punto di vista, è allora una straordinaria scuola di complessità. Ci insegna che nessun popolo è mai un blocco compatto, puro, immobile. Ogni popolo è fatto di stratificazioni, incroci, migrazioni, scambi, traduzioni. Se guardiamo alla lunga storia dell’Europa e del Mediterraneo, ad esempio, vediamo una trama continua di incontri, contaminazioni, prestiti e reciproche trasformazioni. I popoli, quasi sempre, si formano mescolandosi, non isolandosi. È per questo che la storia è, oggi più che mai, una vera cartina di tornasole. Ci aiuta a vedere quando un linguaggio si fa pericolosamente rigido, quando una parola viene caricata di assolutezza, quando un’identità viene raccontata come se fosse così in natura e non una costruzione storica. La storia non distribuisce analogie facili, ma educa al discernimento.
Tutto questo tocca da vicino anche il compito della scuola. Perché la scuola è uno dei luoghi in cui il valore pubblico della storia si fa concreto. Nella trasmissione di conoscenze, certamente, come pure nella formazione di un atteggiamento mentale. Insegnare storia significa insegnare a porre domande, a contestualizzare, a verificare, a confrontare fonti e interpretazioni. Significa abituare le giovani generazioni a non fermarsi alla prima versione dei fatti, a interrogare in modo critico la realtà che ci circonda, a sviluppare capacità di discernimento, e in fin dei conti a restare saldi in una quotidianità in cui sono purtroppo tornati a soffiare con forza venti avversi, marcati da polarizzazioni, soprusi e prevaricazioni. Significa dare loro strumenti per esercitare una cittadinanza attiva e consapevole. Offrire alle ragazze e ai ragazzi strumenti per leggere il mondo significa permettere loro di immaginare che il mondo possa essere diverso da come appare. Nei mesi scorsi molti istituti scolastici, docenti e allieve e allievi delle scuole ticinesi hanno espresso il proprio disagio di fronte a situazioni di conflitto e di gravi violazioni dei diritti umani in diversi contesti internazionali nel tentativo di smuovere l’immobilismo della Svizzera e della comunità internazionale di fronte ad abusi e violenze che contravvengono ai principi fondamentali del nostro Paese e alle Convenzioni di Ginevra. Riflessioni come queste si inseriscono nel mandato educativo – sancito chiaramente dalla Legge della scuola e dal Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese – che la nostra scuola è chiamata a promuovere: lo sviluppo di principi etici, civici e democratici come la pace, la libertà, l’uguaglianza e la tutela dei diritti, attraverso il dibattito informato, la ricerca, il confronto e il pensiero critico. È molto significativo che Echi di Storia mantenga una forte attenzione proprio a questo intreccio tra ricerca, scuola (quest’anno coinvolgendo per la prima volta anche il settore della formazione professionale) e spazio pubblico. È una scelta culturale importante. Significa affermare che la storia non appartiene solo a una cerchia di specialisti, ma è un bene comune. Significa essere coscienti del fatto che una comunità democratica cresce anche attraverso il modo in cui tratta il proprio passato, e attraverso il modo in cui insegna a leggerlo. E vuol dire riconoscere che la storia è fatta anche da noi, da ognuno e ognuna di noi.
Che le nostre inazioni e i nostri silenzi o i nostri gesti e le nostre parole contano: di fronte, come si diceva, alle inaudite violenze che mietono quotidianamente vittime in svariate parti di questo pianeta; ma anche nelle modalità in cui trattiamo chi giunge alle nostre latitudini chiedendo aiuto. Se decidiamo di rispedire verso Paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito o se decidiamo di dare accoglienza. Se separiamo famiglie o se permettiamo a genitori e figli di restare uniti. Abbiamo in qualche modo la responsabilità morale di evitare che fra 50 anni qualcuno debba scusarsi a nome delle generazioni odierne per quello che facciamo – o non facciamo –, per quello “sarà stato”. Anche per questo, iniziative quali il festival Echi di Storia meritano attenzione e sostegno. Perché non si limitano a divulgare contenuti. Costruiscono un luogo di confronto. Invitano a soffermarsi sulle domande difficili. Rendono la storia accessibile senza impoverirla, ma anzi arricchendola. E in un tempo che tende a comprimere tutto nella reazione immediata, nell’assenza di memoria, nella banalizzazione, questo è un lavoro prezioso.
Consentitemi di rivolgere un ringraziamento profondo e sincero all’Associazione ticinese degli insegnanti di storia, al comitato organizzatore di Echi di Storia, alle relatrici e ai relatori, alle scuole, alle moderatrici e ai moderatori, ai volontari e alle volontarie, e a tutte le istituzioni e realtà che hanno contribuito a rendere possibile questa terza edizione. Investire nella storia significa investire in una forma alta di vita civile, significa dimostrare profondo rispetto per l’humanitas. Significa scegliere la profondità contro la superficie, la complessità contro lo slogan, la cittadinanza contro l’indifferenza, la resistenza contro la remissività o il disinteresse. Significa creare speranza per il futuro.
Auguro a tutte e a tutti un festival intenso, capace di generare riflessioni e suscitare interrogativi. Perché spesso è proprio da una domanda ben posta, più ancora che da una risposta rassicurante, che l’essere e la comunità umana si fanno attori del presente e del futuro.
Vi auguro un ottimo proseguimento di festival.




