Retrospettiva

Lo svuotamento del lago di Vogorno da parte della Verzasca SA ha avuto un notevolissimo impatto sul pubblico, che ha visitato in massa il bacino, e un riscontro mediatico molto importante. Nella scia di questo interesse, e in vista di una pubblicazione a carattere storico e documentario sulla diga, il comune di Verzasca ha affidato allo storico Flavio Zappa, titolare dello studio Orizzonti Alpini, una prospezione nell’invaso, per rilevare e documentare strutture e manufatti che da sessant’anni si trovano sott’acqua. Sono così stati visitati cinque piccoli insediamenti rurali, come pure manufatti isolati, situati sia sulla sponda destra che su quella sinistra del bacino. Tra questi il Mött Caslásc, piccolo ma ben pronunciato promontorio un tempo situato alla confluenza del riale della Valle di Mergoscia e della Verzasca, noto anche come “l’isola” perché in tempo di magra la sua sommità emerge in mezzo al lago.
Oltre a strutture murarie di varia natura, riconducibili allo sfruttamento agricolo della zona negli ultimi tre o quattro secoli, sul promontorio sono stati rinvenuti cocci di ceramica che presentano impasto, forme e decorazioni attribuibili alla tarda età del Bronzo (1200-900 a.C.).
Immediatamente informato della scoperta, il Servizio archeologico cantonale è stato coinvolto in una giornata di prospezione di superficie rilevando probabili resti di una recinzione dell’età del Bronzo e un tratto di sentiero (o passaggio), delimitato da lastre posate di taglio nel terreno e con acciottolato grossolano, e raccogliendo reperti e campioni da analizzare.
Dalle prime valutazioni si conferma così la presenza di un insediamento protostorico di grande interesse, con un’occupazione a partire almeno dal IX secolo a.C. e fino all’epoca romana, da mettere probabilmente in relazione con il Castelliere di Tegna e che getta nuova luce sulla storia del popolamento delle nostre valli.
Nel corso del mese di ottobre 2022, nel contesto del progetto di ricerca e valorizzazione promosso dal Patriziato di Tegna si sono svolte nuove prospezioni archeologiche al Castelliere, che danno seguito alle indagini del 2021, il cui obiettivo era di esplorare nuove piste di ricerca da sviluppare negli anni a venire.
Le indagini hanno interessato una zona sulla sommità della collina e un’ampia area a ovest della stessa. L’intervento è stato pianificato grazie all’analisi di dati acquisiti in telerilevamento, nello specifico tramite la rielaborazione del modello altimetrico digitale con un programma GIS (sistema informativo geografico). Il modello tridimensionale privo di vegetazione e di costruzioni fornito dall’Ufficio federale di topografia Swisstopo a seguito della scansione laser del territorio, è stato rielaborato al fine di enfatizzare microrilievi e zone pianeggianti e identificare così le porzioni di terreno antropizzate.
La serie di sondaggi eseguiti sul promontorio non ha restituito nessuna struttura riferibile alla fortificazione tardoantica, permettendo così di circoscrivere la zona di occupazione romana e altomedievale. Sono state tuttavia portate alla luce numerose testimonianze preistoriche. Nella fattispecie, un frammento ceramico neolitico, uno strato di occupazione dell’età del Bronzo e una probabile tomba della prima età del Ferro.
Una prospezione preliminare in corrispondenza della possibile strada di accesso antica al sito ha inoltre fornito indizi incoraggianti. Sono infatti stati rinvenuti numerosi tratti di sentiero, talvolta edificati in muratura, certamente riferibili a varie epoche. Il rinvenimento di un reperto monetale, potrebbe inoltre confermare la frequentazione della zona in epoca romana.
Già da ora si può dire che le testimonianze preistoriche portate alla luce evidenziano, ancora una volta, l’enorme potenziale archeologico del Castelliere. Se da un lato è stato possibile ridefinire le zone di occupazione tardoantiche e altomedievali sul promontorio, dall’altro si può ora confermare la presenza di un insediamento stabile durante la protostoria, perlomeno nella prima età del Ferro: inizia così a definirsi l’organizzazione spaziale dell’occupazione umana della collina. Alla luce di queste nuove indagini non è escluso in futuro un progetto di ricerca ad ampio respiro sul sito archeologico completo, che consenta in ambito universitario lo studio diacronico di tutte le vestigia.
A quasi tre decenni di distanza dal ritrovamento della necropoli romana di Moghegno – oggetto nel 1995 di una pubblicazione monografica e di una mostra al Museo di Valmaggia a Cevio – è stato aperto nelle sue vicinanze un nuovo cantiere archeologico, che ha riconsegnato otto tombe a inumazione da riferire alla fase finale dell’età del Ferro (ca. 150-80 a.C.).
Fra queste spicca la tomba 4 in cui era sepolta una donna. Da questa sepoltura proviene un ricco corredo comprendente almeno tre fibule, due armille e un anello, tutti d’argento, oltre a quattro monete dello stesso materiale. Nella stessa tomba sono stati rinvenuti pendagli, tra cui uno decorato con elementi in lamina d’oro.
Il carattere monumentale delle sepolture e il pregio degli elementi di corredo rinvenuti trovano confronto solo nelle necropoli leponzie situate in posizioni strategiche sulle vie dei commerci come Giubiasco e Ornavasso (VCO).
L’edificio si trova nelle immediate adiacenze della linea ferroviaria Bellinzona-Locarno. Allo stato attuale delle conoscenze, non sembrano esistere informazioni storiche, documentarie o bibliografiche riguardanti la struttura. Non se ne conosce la funzione originaria: non è escluso che fosse in relazione con il vicino complesso cinquecentesco della Cà di Ferro – una caserma per l’arruolamento di mercenari – fatta costruire attorno al 1556/59 da Peter A Pro e oggi di proprietà privata.
A pianta rettangolare, l’edificio si sviluppa in verticale su due piani e si conclude con un tetto a due falde con copertura in tegole. Presenta due locali per piano, non comunicanti, ai quali si accede direttamente dall’esterno. I prospetti esterni, in pietra faccia vista, sono caratterizzati a sud-est da un’apertura semicircolare nel timpano e a nord-ovest da piccole feritoie. Sulla facciata nord-ovest, sopra l’architrave della porta del piano terreno, è presente un’iscrizione recante la data 1669. Nei due locali a piano terreno sono ancora presenti le tracce della loro funzione originaria di stalla. Al piano superiore, affacciato sulla linea ferroviaria, è invece presente un locale con funzione abitativa dove, oltre a semplici elementi di arredo, si conserva l’antico camino.
L’edificio originale, verosimilmente seicentesco, ha subìto vari interventi nel corso dei secoli. Come attesta il piano catastale ottocentesco; il portico annesso al lato sud-ovest della costruzione è stato aggiunto in un secondo tempo (forse alla fine del XIX secolo o all’inizio del XX secolo). Esso è poi stato tamponato sui tre lati in un momento successivo. La copertura originale del tetto, probabilmente in piode, è stata sostituita nel tempo da una più leggera in tegole rosse. Il corpo di fabbrica principale è stato oggetto di diversi rimaneggiamenti, in particolare per quanto riguarda le aperture. Nella muratura in pietra sono ben visibili le tracce di tali interventi (mattoni in cotto, cemento, architravi in metallo, ecc.). Il progetto FFS AS25 – stazione d’incrocio e nuova fermata TILO – ha reso necessaria la lettura muraria di questa interessante struttura, incarico affidato a Giorgio Nogara. Già dalle prime osservazioni si è potuto capire che esiste un nucleo centrale che si può leggere come “casaforte” da riferire alla metà del Cinquecento (come dimostrato anche dalle analisi dendrocronologiche), al quale si è sovrapposta una grande ristrutturazione nel Seicento, come attesta la data incisa in una placca di intonaco applicata sull’arco ribassato della porta della stalla, che ha trasformato l’edificio in una casa rurale. A quest’ultima – sempre nel XVII secolo – è stato aggiunto un primo annesso.

Il sedime interessato dalla ricerca archeologica è posizionato tra via Municipio a est e il pianoro dell’antico nucleo di San Rocco a ovest, aree dove negli ultimi anni sono avvenuti vari ritrovamenti che testimoniano la continuità di frequentazione della zona dall’antichità fino ad oggi. Il progetto prevedeva la demolizione degli annessi e del piazzale asfaltato e lo scavo di tutta la superficie per la costruzione della nuova casa comunale.
Lo scavo ha permesso di individuare e documentare quattro sepolture in cassa litica, una delle quali conservava ancora in posizione la copertura con la lastra, di forma a “barchetta” o sub-rettangolare, con muretti realizzati da pietre infisse a coltello sopra le quali può essere presente un recinto di pietre poste in orizzontale. Le sepolture sono prive di corredo e di resti scheletrici. Per forma e tipologia costruttiva sembrano appartenere al Medioevo. Queste sepolture sono probabilmente da mettere in relazione con una fase primitiva della chiesetta di San Rocco, eretta dal 1584 al 1626, o di una chiesa precedente la stessa. Unite ad altre sepolture della stessa tipologia rinvenute nell’area, suggeriscono la presenza nella zona di un’importante area funeraria cristiana.

Il sedime indagato è posizionato verso montagna rispetto ai ritrovamenti degli ultimi anni nella stessa zona. Un piccolo annesso è stato demolito per fare spazio a una nuova costruzione monofamiliare e grazie a un muro di sostegno il giardino è stato rialzato di quota rispetto al livello della strada, per uniformarsi con la casa confinante. Sotto il giardino era presente una piscina e un forte strato di ricarica con scarti moderni. Il sedime è attraversato da numerose tubature, in particolare a nord è presente una tubazione che incanala un piccolo riale. Aldilà dei parecchi elementi di disturbo, lo scavo è stato compiuto senza preavvisare il Servizio archeologico cantonale che, solo in un secondo tempo, ha potuto constatare e documentare la presenza di livelli archeologici recuperando materiali protostorici. Interessanti un basamento in pietra – ben organizzato e con limiti definiti – ipotizzabile come una base di capanna da riferire all’età del Bronzo e un focolare, la cui datazione al radiocarbonio potrà fornire indicazioni più precise sull’epoca di utilizzo.
Il successivo scavo controllato ha permesso di rinvenire e documentare una sepoltura in cassa litica – priva di corredo e di resti ossei – probabilmente pertinente con l’epoca medievale.

Il sedime interessato dalla ricerca archeologica è posizionato sul pianoro dell’antico nucleo di San Rocco. Seppure limitato a un’area di soli 20 m2, e disturbato da diversi interventi recenti relativi agli impianti agricoli, lo scavo della superficie ha permesso di identificare e documentare importanti strutture archeologiche attribuibili alla prima età del Ferro e raccogliere numerosi frammenti ceramici dello stesso periodo. Sul livello dell’età del Ferro si innesta una sepoltura, che per tipologia sembra essere pertinente al Medioevo.
Le strutture individuate sono state documentate in modo parziale, in quanto proseguono oltre i limiti di scavo e sono molto disturbate da interventi agricoli, la loro stessa interpretazione è dunque spesso difficoltosa e forzatamente incompleta. È stato individuato un suolo che è da interpretare come la prima fase di occupazione antropica, sul quale si appoggiano le strutture identificate. La prima struttura sembra essere un muro conservato solo con un allineamento di tre blocchi di pietre, tuttavia essendo stato tagliato da una tomba e da altri disturbi più recenti non è possibile proporre un’interpretazione. A questa fase è possibile associare anche il focolare.
Successive a questo livello di occupazione, si riconoscono alcune strutture che sono, seppure anch’esse in parte disturbate, le meglio conservate. Si tratta di un importante muro realizzato su doppia fila con blocchi di grandi dimensioni e pietrisco disordinato tra i due paramenti, con una costruzione definita “a sacco”. Il muro prosegue oltre i limiti est e ovest di scavo e si trova al confine nord della parcella, dove si appoggia un acciottolato/basamento che prosegue oltre e per il quale non è possibile proporre una sua interpretazione. Verso sud si delinea un secondo muretto, più semplice, organizzato su unica fila e conservato su un unico corso, con lo stesso allineamento del precedente. A est è tagliato da disturbi moderni, a ovest prosegue oltre i limiti di scavo. Tra questi due muri è presente un fitto acciottolato, organizzato su più livelli, che sembra poter essere uno spazio esterno a un eventuale edificio o camminamento organizzato. Tutte le strutture conservano numerosi frammenti ceramici riconducibili per tipologia alla prima età del Ferro.
L’area non sembra essere più frequentata fino all’inserimento sul muro di una sepoltura in cassa litica, priva di corredo e di resti scheletrici, che per la sua tipologia costruttiva è da riferire al Medioevo.
Durante la sorveglianza di uno scavo per l’edificazione di una casa privata a una cinquantina di metri dalla cosiddetta mansio di epoca romana indagata nel 1992, l’UBC ha portato alla luce alcuni indizi di occupazione. Tra marzo e settembre è stato dato mandato a Briva Sagl di proseguire le indagini. Le ricerche hanno interessato una superficie totale di 650 m2 suddivisi su quattro mappali e tre distinti progetti edificatori.
Il sito si trova allo sbocco della Val Maggiore, percorsa dal torrente Riana. L’attività di quest’ultimo ha fortemente compromesso la conservazione delle vestigia archeologiche, che si trovano a una profondità variabile tra i 0,5 m e i 5 m. Sono così state riportate alla luce tre fasi di occupazione distinte; la più antica è caratterizzata dalla presenza di strutture artigianali, la seconda da una necropoli e la terza da vestigia legate a probabili attività agricole.
Pertinente alla fase artigianale si era conservato un bassofuoco per la riduzione del minerale di ferro. La struttura è costruita con grosse pietre disposte a ferro di cavallo. Le pareti interne e la parte superiore sono composte da uno spesso strato di argilla, fortemente rubefatte dal calore sprigionato dalle operazioni di riduzione dell’ossido. Nell’angolo sud è inoltre stata rilevata la presenza della tuyère, ossia il canale di aerazione. La parte interna del forno e la zona adiacente sono cosparse di scorie. A un’ottantina di centimetri a sud di questa struttura artigianale è presente un’incudine litica circondata da uno strato carbonioso contenente numerose battiture di ferro, a testimonianza dell’attività di raffinazione della bluma (massa di ferro ottenuta dall’attività di riduzione del minerale). A ovest, a una distanza di 3 m, sono stati rinvenuti un muro a secco e uno strato d’incendio, forse legati a una piccola tettoia.
In seguito a un importante evento alluvionale, il sito ha cambiato funzione lasciando spazio a una necropoli caratterizzata da sei tombe di neonati e due di adulti. Queste tombe si articolano attorno a un tumulo costruito con grossi blocchi di pietra e con un’estensione osservata di 10 m, un tipo di architettura funeraria del tutto inedita alle nostre latitudini.
Quattro tombe di neonati, inumati in coppi, sono state disposte sulla sommità del monumento funerario. Una di queste inumazioni è stata obliterata da un cumulo di piccole pietre, contro le quali era addossato uno spesso deposito carbonioso, forse un’offerta per il defunto. Attorno al tumulo, con un orientamento differente, sono state rinvenute altre quattro tombe. Si tratta ancora di due neonati deposti in coppi e di due cremazioni di adulti. Entrambe le tombe sono composte da una profonda fossa riempita da un apporto carbonioso nel quale è stata in seguito inserita una cassetta litica contenente il corredo. In un caso, quest’ultimo era costituito da due piccole olle e da un pugnale provvisto di fodero. Allo stato attuale della ricerca non è ancora possibile stabilire dove sono stati deposti i resti del defunto, se nella fossa o nella cassetta litica.
L’estensione della necropoli era certamente più importante. A sud, infatti, sono stati portati alla luce altri due poggi artificiali e dei depositi carboniosi.
La zona è stata infine occupata anche nel Medioevo o in età moderna, quando si sono edificati diversi terrazzamenti e un muro imponente, molto probabilmente a vocazione agricola.
Questo scavo getta nuova luce sulla Bioggio romana. Finora i ritrovamenti erano infatti pertinenti alla sfera sacra, con la presenza di un piccolo tempio prostilo, e a quella di alloggio, con la cosiddetta mansio. Il tipo di architettura funeraria identificata in questa occasione differisce dalle tombe a cremazione scoperte casualmente nella frazione di Gaggio nel 1960 e non trova alcun confronto nella regione. A Bioggio, si aprono così nuove prospettive di ricerca, che potrebbero essere ulteriormente implementate con il progetto attualmente avviato del nuovo asilo, ubicato tra mansio e area sacra.


Durante i lavori di costruzione della vasca multifunzionale SABA3, legata al progetto di semisvincolo autostradale a Bellinzona, sono state rinvenute le vestigia del ponte della Torretta inaugurato nel 1816. Il manufatto era l’unico che garantiva il passaggio tra le due sponde del basso corso del fiume Ticino. Nei secoli precedenti, i collegamenti tra Bellinzona e Locarno erano assicurati da un servizio di traghetti. Il ponte fu poi in gran parte smantellato negli anni ’60 del XX secolo, in occasione dei lavori di costruzione dell’autostrada A2. Su mandato dell’UBC, in base alla convenzione fra Ufficio federale delle strade (USTRA) e Cantone, Mattia Gillioz, contitolare di Briva Sagl, ha ricevuto l’incarico per i rilievi fotogrammetrici del manufatto, che nel momento della redazione del contributo non sono ancora conclusi.
In seguito alla sua demolizione avvenuta nella seconda metà del XX secolo, otto delle dieci arcate non sono più conservate, fatta eccezione delle prime due sulla sponda sinistra del fiume Ticino. Sulla sponda destra, tuttavia, sono stati portati alla luce il primo pilastro e una grossa porzione della prima arcata. I lavori di documentazione sono stati eseguiti in sincronia con le opere di sterro e messa in sicurezza della vasca, in quanto è previsto uno scavo di oltre 8 m di profondità. Anche la documentazione fotogrammetrica è quindi eseguita a tappe.
Parallelamente è stata realizzata una breve ricerca archivistica sui disegni originali di Giulio Pocobelli (fig. 8). Se è vero che parte dell’opera e i disegni sono conservati, quest’intervento è un’occasione unica per disporre di un rilievo di precisione del ponte completamente digitale. Sulla sponda destra, infatti, i pilastri sono stati completamente seppelliti in occasione della correzione del fiume Ticino.
I rilievi fotogrammetrici, rielaborati e integrati con una ricostruzione in grafica 3D del ponte, offrono delle basi solide per una valorizzazione in chiave contemporanea di un’icona del patrimonio storico della città di Bellinzona e del Cantone tutto.

L’area oggetto di indagine è situata a valle della strada cantonale, lungo la via A Murét nell’abitato di Claro. Il sedime è stato oggetto nel corso del 2021 di uno scavo archeologico condotto dall’UBC che ha messo in luce importanti livelli di occupazione antropica compresi tra il Neolitico finale e l’età del Rame. Sulla restante superfice del mappale nel 2022 è stato programmato uno scavo in estensione, affidato alla società InSitu SA. L’indagine ha messo in luce, sopra un substrato alluvionale, livelli antropici ben comparabili con i rinvenimenti effettuati durante lo scavo precedente, e confermato l’esistenza in tutta l’area di una frequentazione databile alla fine del Neolitico.
Si deve in particolare notare la presenza di una quota di occupazione con tracce carboniose diffuse che hanno restituito frammenti ceramici unitamente a schegge e strumenti in selce. In relazione a questo livello una dozzina di buche per l’alloggio di pali, una quarantina di buche per paletti, alcune fosse e un focolare. La tipologia di queste strutture, presenti su un’area relativamente pianeggiante, fanno ipotizzare la presenza di un edificio in legno con pali portanti. Il rilievo della sezione lungo il limite sud della parcella indica chiaramente la continuità del sito verso meridione in un sedime attualmente usato per la fienagione e non interessato da nuove costruzioni.

L’area è situata ai piedi del Castello dei Magoria, a valle della parcella oggetto di ricerca tra il 2020 e il 2021. In seguito ai sondaggi preliminari eseguiti dall’UBC, lo scavo in estensione è stato affidato alla società InSitu SA. La ricercaha permesso di mettere in luce 23 sepolture, cronologicamente situabili, per sequenza stratigrafica e per tipologia, ad età altomedievale.
Le tombe individuate sul sedime sono concentrate in tre zone distinte, 17 presentano un’orientazione nord/ovest-sud/est, sei est-ovest. Si annoverano anche differenze nella tecnica costruttiva della struttura tombale, alcune presentano infatti una semplice fossa, altre muretti in pietra a secco accuratamente costruiti e coperti da imponenti lastre. Queste osservazioni indicano forse una distinzione di ceto sociale nei defunti, senza tuttavia escludere anche una possibile differenza cronologica all’interno del periodo altomedievale. Le inumazioni, a causa delle caratteristiche chimiche del suolo, eccezion fatta per un piccolo frammento di calotta cranica e alcuni denti, non presentano resti ossei conservati e sono quasi totalmente prive di corredo (rinvenuta una sola fibbia di cintura in ferro).
Precedente alla necropoli abbiamo testimonianza di un livello di occupazione databile, grazie alla ceramica emersa, ad epoca tardo romana. L’assenza di strutture riferibili a questo livello unitamente alla presenza di alcuni reperti di datazione più antica, provenienti dagli strati inferiori, ci portano a interpretare questo livello come suolo agricolo. Questa occupazione ricopre una struttura che attraversa la parcella trasversalmente da nord/ovest a sud/est seguendo la pendenza del substrato naturale. Si tratta di un’imponente scarpata artificiale, costituita da blocchi e pietre, visibile su una lunghezza di circa 25 m per una larghezza che varia dai 3 ai 5 m, e interpretabile come argine costruito per proteggere a monte il terreno dall’erosione causata dal torrente Ragon che attualmente scorre canalizzato lungo il lato sud del mappale. A monte di tale argine in effetti è attestato un livello antropico al quale si possono associare una serie di buche di palo, fosse e strutture di combustione. I reperti ceramici riferibili a questo livello, come quelli rinvenuti all’interno della struttura dell’argine, sono databili alla prima età del Ferro e testimoniano la realizzazione durante quest’epoca di opere atte a modificare il territorio in funzione di una sua migliore fruibilità, attività ben attestata in altri siti scavati nel territorio di Claro.

Il sedime oggetto della ricerca si trova in prossimità della piazza e della chiesa di San Rocco, pochi metri al di fuori della cinta muraria che racchiudeva il centro storico di Bellinzona. All’inizio di un cantiere di ristrutturazione, la zona è stata subito considerata a grande potenziale, vista la sua vicinanza con il centro medievale e rinascimentale di Bellinzona.
L’indagine muraria e di terreno – condotta dal Servizio archeologia tra aprile e maggio – ha permesso di individuare e documentare delle strutture precedenti l’attuale edificio. Allo stato attuale non è facile dare un’interpretazione a quanto riportato alla luce: non si esclude la presenza di una modesta torre legata agli edifici antichi e alla porta difensiva del borgo oppure di una struttura legata al percorso delle vie storiche.

L’area indagata è una parcella di terreno situata al di sopra di via alla Chiesa, su di un pianoro, in prossimità della chiesa di San Lorenzo, indagata archeologicamente una prima volta nel 1992, quando ha restituito preesistenze di epoca romana. Il terreno – esplorato a fine 2021 – è occupato da una casa padronale e da un rustico con annessi. Questi ultimi sono stati demoliti per lasciare spazio alla nuova edificazione, che prevedeva come scavo unicamente un locale interrato di piccole dimensioni.
La zona, a ridosso della fascia collinare, sovrastata dal bosco e dove sono presenti ancora numerosi vigneti, si trova sul conoide occidentale di deiezione alluvionale di alcuni torrenti presenti sul versante soprastante. Lo scavo ha messo in evidenza un’importante sequenza stratigrafica con strutture insediative ben conservate inquadrabili nell’età del Bronzo, alle quali se ne sovrappongono altre di epoca romana e medievale; l’estensione di queste va ben oltre i limiti di scavo. Siamo dunque in presenza di un’area popolata già dall’antichità la cui estensione è ancora da determinare.
Nell’insieme sono stati documentati un paleosuolo, un primo livello di frequentazione antropica e forse una struttura da riferire all’età del Bronzo. Legata a questo periodo, è pure una struttura purtroppo non visibile completamente in quanto prosegue oltre i limiti di scavo. Si tratta di una costruzione circoscritta da un allineamento di pietre disposte tendenzialmente su una doppia fila con andamento apparentemente sub-rettangolare. All’interno di questa delimitazione si estende una base acciottolata. Un focolare rinvenuto sotto l’acciottolato e due buche di palo appartengono a questa fase. Frammenti ceramici confermano la datazione all’età del Bronzo.
Si sovrappone a questa situazione un impianto di epoca romana. Si tratta di una base acciottolata coperta da suoli, che si estende per quasi tutta l’area di scavo. Questo spazio esterno organizzato, presenta un divisorio, caratterizzato da un allineamento di pietre; talune sono posate a coltello, altre, di pari dimensioni collassate in superficie, sembrano suggerire la presenza di una palizzata. In questo livello di occupazione sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica, pezzi di anfore e una moneta in bronzo. La sequenza stratigrafica continua con una seconda fase di epoca romana, della quale sono stati rinvenuti resti murari di due differenti edifici. Per uno di loro si sono conservati la parete est, la sua soglia di entrata e il pavimento composto da un tavolato ligneo impostato su una preparazione di limo e sabbia. Nel settore est dello scavo è stata rinvenuta parte della parete ovest del secondo edificio, che si sviluppa oltre il limite dell’indagine. Per quest’ultimo sono stati documentati un focolare, il suolo e una parete divisoria interni.
La fase più recente documentata è rappresentata da un imponente muro realizzato con pietre e grandi blocchi, che si inserisce sugli strati alluvionali, i quali hanno obliterato le epoche precedenti. A questa struttura si appoggia sul lato sud un muretto disposto sull’asse nord-sud, che prosegue oltre il limite sud di scavo. I due muri racchiudono un pavimento ben conservato in battuto di malta, appoggiata su una massicciata di preparazione in pietre.
Il sedime interessato dalla ricerca è noto in particolare per i ritrovamenti del 1968, anno in cui durante la costruzione della casa patriziale sono venuti alla luce numerosi reperti (quali ad esempio l’olla cordonata del tipo Tamins-Carasso esposta al Museo di Montebello) e strutture attribuibili a un arco cronologico che spazia dall’età del Rame all’alto Medioevo. Nel 2015 sono stati indagati muri di terrazzamento, focolari e materiali dell’età del Bronzo, accanto a sepolture altomedievali. L’area interessata dall’ultima campagna di scavo conservava in prossimità della via Galbisio un edificio, a nord era presente un campo di bocce, mentre sul resto della superficie vi era un giardino con alberi, un orto e alcuni filari di vigna.
L’indagine – iniziata nell’estate 2021 e conclusasi a gennaio 2022 – ha permesso di mettere in luce delle strutture murarie e dei focolari attribuibili, grazie ai reperti rinvenuti, all’età del Bronzo. A queste strutture si sovrappongono livelli di occupazione decisamente più recenti e una sepoltura inquadrabile al Tardoantico.
La gran parte dei materiali è caratterizzata da reperti ceramici della tipologia nota per l’età del Bronzo recente/finale. Sono presenti frammenti con profili biconici, recipienti con orli estroflessi, colli svasati; le decorazioni sono per lo più attestate in prossimità delle carene o sugli orli e sono rappresentate da serie di motivi impressi o incisi, come solcature, linee orizzontali, tacche oblique. Per il Tardoantico invece sono presenti frammenti di recipienti in ceramica e pietra ollare.
La campagna di scavo conclusiva della vasta area indagata nel 2018 e nel 2019 ha consentito di portare alla luce un terrazzamento sul quale si trovavano due edifici. Uno di essi, riferibile alla seconda fase del Calcolitico, poggiava su tre travi parallele. Accanto a esso è stata rinvenuta una struttura di blocchi di pietra, tra i quali spiccano una stele e una fossa riempita di materiale combusto. Associati all'edificio sono stati rinvenuti reperti ceramici; tra questi, dei frammenti di recipienti campaniformi (2400-2200 a.C.).
L'intervento ha permesso di portare nuova luce sull'organizzazione spaziale del luogo di culto megalitico. Esistevano differenti aree funzionali, cultuali e funerarie, distribuite sull'intero sito. Sono state inoltre confermate cinque (forse sei) fasi di occupazione: tre riferibili al Calcolitico (III millennio a.C.) e due (o tre) all'età del Ferro (VIII-VII sec. a.C.).
I ritrovamenti più antichi sono legati al luogo di culto megalitico e a un'area sepolcrale, che si estendono su due terrazze. Tracce di probabili tombe monumentali (fase più antica del Calcolitico) sono collegate ai quattro menhir rinvenuti nel 2019, per alcuni dei quali è anche stata documentata la fossa di alloggiamento. Alla seconda fase di occupazione (2500-2300 a.C.) sono da ricondurre imponenti basamenti di pietre, un muro di cinta e piccoli menhir, così come tracce di fuochi. Tali testimonianze sono da ricondurre ad attività cultuali. Nella terza fase di occupazione proseguono le attività cultuali, con la celebrazione di rituali coerenti con le precedenti attività, ma anche il rimaneggiamento e lo spostamento di alcuni menhir.
Dopo l'abbandono del sito megalitico non è attestata alcuna frequentazione fino alla prima età del Ferro. I muri di delimitazione e di terrazzamento della prima fase di occupazione dell'età del Ferro (scavi 2020) sono stati ritrovati su tutta la lunghezza del mappale.
L'area interessata dall'indagine archeologica è situata all'entrata del paese, sotto la strada cantonale. Sono stati rinvenuti alcune strutture e importanti livelli di frequentazione antropica riferibili al periodo compreso tra il Neolitico finale e l'età del Rame. All'interno degli strati sono stati rinvenuti frammenti ceramici, utensili e schegge in pietra e selce del periodo di passaggio tra il Neolitico e l'età del Rame.
In particolare sono stati rinvenuti un'ascia in pietra levigata, reperti dell'industria litica della selce (come punte di freccia) o strumenti non ancora terminati. Numerose sono anche le schegge di lavorazione i nuclei in selce, che consentono di ipotizzare la presenza, nelle vicinanze, di spazi dedicati alla lavorazione di questo materiale.
Il nucleo storico di Prada è situato a ca. 590 m di altitudine, sul territorio del patriziato di Ravecchia. Le sue vestigia sono costituite dai ruderi di una quarantina di edifici crollati dopo il loro abbandono, avvenuto in maniera progressiva a partire dalla prima metà del XVII sec. Un progetto per il recupero e la valorizzazione di questo insediamento è stato promosso dalla Fondazione Prada, insieme ad altri promotori pubblici e privati e avviato nel 2017.
Nel 2021 si è proceduto al consolidamento e alla riparazione parziale delle vestigia come pure all'evacuazione del materiale di crollo e del terriccio che riempie gli stabili e ricopre la rete viaria del villaggio. Le prime operazioni sono state effettuate dall'archeologo G. Nogara, in collaborazione l'ingegnere A. Demarta e lo studio d'architettura S. Cattaneo.


L'area indagata è situata lungo la via Internati 1939-1945, non lontano dai ruderi del Castello dei Magoria. Le ricerche, sotto la direzione di Gabriele Giozza, InSitu SA, hanno permesso di mettere in luce cinque fasi di occupazione, comprese tra l'età del Bronzo e l'epoca medievale.
La fase più antica (fase I) è costituita da una serie di strutture, buche di palo e focolari, accompagnati da una notevole quantità di reperti ceramici, databili all'età del Bronzo che segnalano la presenza di un abitato.
La fase successiva (fase II) vede la costruzione nell'età del Ferro di un grande terrazzamento sul quale sono in parte visibili i resti di un edificio, le cui pareti erano costituite da una serie di pietre poste di piatto e di taglio, usate come sostegno per le travi in legno della struttura abitativa e da una densa massicciata di sottofondo.
La terza occupazione è marcata dalla presenza di due abitazioni con muri in pietra a secco, databili grazie ai reperti rinvenuti all'epoca tardoromana (fase III).
Di questi edifici, uno è stato scavato interamente: presenta una forma rettangolare (9 x 6 m) con muri spessi 70 cm, suolo in terra battura, poco regolare, grande apertura lungo un lato. L'altro edificio è stato costruito asportando in parte l'occupazione dell'età del Ferro e si presenta seminterrato. I muri in pietra a secco, spessi 40 cm, delimitano uno spazio di 5 x 4 m; il suolo è in terra battuta ed è presente il fondo di un focolare quadrangolare. Appartenente a questa fase vanno segnalati alcuni frammenti di vasi in pietra ollare, una serie di chiodi da scarpa e una fibula zoomorfa.
Dopo l'abbandono e la demolizione di questi edifici l'area non viene più utilizzata a scopo abitativo ma come luogo di sepoltura (fase IV). Sono state rinvenute sei tombe di cui quattro in ottimo stato di conservazione, di epoca altomedievale. Nessun corredo accompagnava i defunti. Le tombe appaiono ben strutturate: lungo i bordi della fossa viene costruito un muretto che assume la forma di una barchetta, una copertura formata da grandi lastre sovrapposte sigilla la sepoltura.
L'ultima fase prima dell'epoca recente (fase V) vede la costruzione di un muro che separa l'area in due terrazzamenti, molto probabilmente usati per scopi agricoli; i reperti di questa fase sono attribuibili all'epoca medievale.

Le ricerche, a cura di Maruska Federici-Schenardi e Mattia Gillioz, Briva Sagl, hanno portato alla luce testimonianze riferibili a quattro fasi di occupazione, due del Calcolitico (3400-2200 a.C.) e due della prima età del Ferro (IX-V sec. a.C.).
Le più antiche sono collegate al sito megalitico rinvenuto negli scorsi anni (distante 30 m da questi nuovi rinvenimenti), le seconde sono invece da ascrivere a un insediamento fortificato. Numerosi complessi di strutture formati da piccoli menhir (blocchi eretti), aree di combustione, cairn (pietre impilate a secco) e allineamenti di pietre sono stati datati alla metà del III millennio a.C. grazie alle analisi (carbonio 14).
Si tratta di un rinvenimento eccezionale in quanto fornisce dati importanti non solo in ambito architettonico, ma anche in merito alle gestualità e ai riti celebrati in un luogo di culto preistorico. I menhir sono stati scelti in funzione della loro forma antropomorfa, mentre in alcuni casi quest'ultima è stata ottenuta tramite sbozzatura con l'ausilio di percussori portati alla luce durante le indagini.
Alle fasi più recenti appartengono diverse strutture della prima età del Ferro, tra cui due muri (uno di delimitazione e uo di terrazzamento) che circoscrivono il tracciato di un'ampia via di circolazione selciata. Successivamente viene costruito nello stesso luogo un imponente sistema fortificato (spessore 5 metri) formato da due muri paralleli. Lo spazio che li divide è colmato da numerose piccole pietre. Si può ipotizzare la presenza di una costruzione lignea quale rinforzo del sistema che si erge alla sommità di una forte scarpata. La struttura difensiva è interrotta in corrispondenza di una probabile rampa di accesso. A quest'ultima fa eco una via di circolazione consolidata con piccole pietre.
La presenza di un sito fortificato all'imbocco dei passi alpini denota l'importanza strategica ed economica di Claro nel panorama regionale dell'epoca.


L'area interessata dall'indagine archeologica è situata al limite settentrionale dell'abitato di Claro, lungo la va In Raseréi. In seguito a sondaggi effettuati dall'UBC nel 2019, è stato affidato uno scavo in estensione a cura di Gabriele Giozza, ARIA SA.
Su una sequenza alluvionale è stata scoperta un'occupazione dell'età del Ferro, con i resti di un edificio costruito su un terrazzamento artificale. Le tracce di questo antico abitato sono conservate a livello delle fondazioni (una massicciata forma una piattaforma visibile di circa 6,5 x 7 m, entro i limiti di scavo). Questa struttura indica la probabile presenza di un edificio costruito in legno. L'assenza di buche di palo per l'installazione di elementi portanti può far ipotizzare un sistema costruttivo di tipo blockbau; l'assenza di un livello di calpestio porta a supporre la presenza di un pavimento sopraelevato. Parallele al lato est del basamento sono state rinvenute due buche di palo.
Lungo il limite a monte della zona di scavo una leggera scarpata artificiale formata da un accumulo di pietre segna il limite a monte della terrazza, mentre il limite a valle non si è conservato, in quanto asportato dalle costruzioni moderne presenti sulla parcella.
Una forte erosione, seguita da una serie di depositi colluvionali, determina il passaggio da una zona d'abitato a una zona agricola. A questa fase tardoromana/medievale appartengono due fossati d'irrigazione. Pochi i reperti presenti, tra i quali due frammenti di vaso in pietra ollare.

La ricerca archeologica ha permesso di inviduare due strutture tombali, riutilizzate per la deposizione di diversi individui. Si tratta di sepolture a muretto, con pietre legate con malta e chiuse da grandi lastre litiche, con tracce di malta, utilizzata per sigillare la sepoltura dopo la riapertura.
All'interno delle sepolture sono stati notati resti di calce bianca sparsa sui resti scheletrici; si tratta di un'usanza che serviva a sanificare l'ambiente dopo la riapertura della tomba e potrebbe indicare anche che la morte degli individui più recenti sia stata causata da qualche malattia infettiva.

Il progetto di ristrutturazione dell'antica Villa Soldati, che vede anche la costruzione di un nuovo annesso nell'area esterna, ha permesso di documentare un lacerto di muro, indagato per una lunghezza di circa 5 metri. Tra le pietre erano presenti pezzi di cotto e un frammento di recipiente in ceramica ingobbiata graffita, che colloca la struttura al XVI-XVII secolo.

L'indagine archeologica ha messo in evidenza alcuni livelli di frequentazione, caratterizzati dalla presenza di frammenti ceramici attribuibili a diverse epoche, dai livelli più antichi dell'età del Bronzo o forse anche preistorici, seguono i livelli attribuibili alla fine dell'età del Bronzo, nel passaggio con l'età del Ferro, mentre più recenti sono i livelli superiori, con frammenti ceramici di epoca romana e postmedievale.
L'unica struttura archeologica rinvenuta è un avvallamento negli strati più antichi, riempito con pietre e numerosi frammenti di recipienti ceramici, riferibili all'età del Bronzo, la cui funzione è ancora da determinare.

Le ricerche del 2019 avevano permesso di riportare alla luce le testimonianze di un'occupazione stratificata su quasi cinque metri di altezza che, dalla fine del XIX secolo risale fino al periodo conclusvo dell'età del Bronzo. La nuova indagine (02.2020-08.2020), a cura di Christian Bader e Giorgio Nogara, si è concentrata sul settore nord-est dell'area di scavo, dove erano state riportate alla luce le vestigia in parte sovrapposte di due edifici, i cui piani hanno potuto essere precisati.
I tre locali della presunta "sosta" (l'edificio più recente) si sono rivelati far parte di un vasto complesso edificato nel XVI secolo e comprendente almeno undici locali e un pozzo. Lo studio è ancora in corso, ma è possibile già escludere che possa trattarsi di una semplice abitazione.
Più sotto erano stati localizzati i resti murari (distrutti da un incendio) dell'edificio principale di una serie di stabili edificati probabilmete verso la fine del XII secolo. Le indagini hanno consentito di constatare che il complesso è stato abbandonato prima dell'incendio e che gli abitanti hanno avuto il tempo di asportare tutti i loro beni.
I lavori di smantellamento dell'edificio incendiato hanno riportato alla luce i resti di un laboratorio per la produzione di piccoli oggetti in metallo. Il differente stato di conservazione delle cinque forge ritrovate indica che la loro utilizzazione non è avvenuta contemporaneamente ma che si è svolta su un lasso di tempo relativamente lungo. L'analisi dei resti carboniosi ritrovati è in corso.
La presenza, infine, a monte della zona di scavo, di insediamenti attribuibili all'epoca romana e al periodo finale dell'età del Bronzo è stata confermata dal ritrovamento di una considerevole quantità di cocci in ceramica.

Durante i lavori di rifacimento di via Birreria, sono state individuate tre sepolture, che non è stato possibile indagare completamente perché si estendevano oltre i limiti di scavo. La loro struttura è di tipo a muretto realizzato a secco, con copertura in lastre litiche, senza corredo né resti scheletrici. Questo ritrovamento estende il periodo di utilizzo della necropoli già nota anche all'epoca medievale e amplia l'area destinata a uso funerario, in riferimento ai ritrovamenti di epoca tardoromana indagati nel 2018-2019 nei terreni adiacenti.

Il sedime interessato dalla ricerca archeologica si trova al di sotto del terrazzo roccioso sul quale si erge la Casaforte dei Magoria (edificio a torre di origine medievale). Lo scavo ha permesso di documentare quattro tombe a inumazione "a barchetta", con struttura a muretto realizzato a secco e copertura in lastre litiche. Pochi e mal conservati i resti ossei presenti, che tuttavia hanno permesso di datare, con il metodo del radiocarbonio, una delle sepolture più antiche all'VIII-IX secolo.
I dati a disposizione attestano due fasi diverse di deposizione: due tombe più antiche con orientamento est-ovest, e due tombe più recenti che vedono il cambio di orientamento in direzione nord-ovest/sud-est, sovrapponendosi parzialmente alle strutture già esistenti. Al momento non si conosce l'ampiezza dell'area funeraria che sicuramente si esende oltre i limiti di questo scavo.

A fine 2019 il progetto per l'edificazione di un nuovo stabile ha permesso di portare alla luce imponenti strutture murarie, riferibili a muri di terrazzamento e di delimitazione, che grazie ai frammenti ceramici rinvenuti possono essere collocati alla seconda età del Ferro, con una frequentazione successiva dell'area anche in epoca romana.

Nel febbraio 2020 sono state rinvenute importanti testimonianze legate alla chiesa di San Vincenzo di Cresciano. E stato possibile indagare nella parte dell'attuale coro, le fasi precedenti della chiesa, grazie al rinvenimento di strutture murarie, tombe e moltissimi frammenti di affresco.

Sono state rinvenute le fondamenta di edifici di epoca romana legati al noto Vicus di Muralto. Si segnalano anche strutture di epoca medievale, forse da ricondurre allo scomparso Castello dei Magoria. Le ricerche sono state condotte da Gabriele Giozza, della società ARIA.
- Comunicato stampa 03.09.2019
- Dalla stazione di Muralto nuovi resti del Vicus romano Corriere del Ticino - 03.09.2019
- Scavando in stazione trovano il Medioevo Tio - 03.09.2019
- Tesori romani e medioevali sotto la stazione di Muralto LaRegione - 03.09.2019
- Novità archeologiche a Muralto RSI news - 04.09.2019

Nei Giardini di Villa Rusconi sono stati riportati alla luce alcuni edifici che dovevano costituire l'antico nucleo medioevale della frazione oggi chiamata Palasio. Le ricerche, dirette da Giorgio Nogara, hanno consentito di rinvenire resti di case, muri di contenimento e diversi tipi di reperti. Sono state riportate alla luce anche alcune tombe di epoca tardoantica e sono presenti materiali riferibili all'antica età del Bronzo.
- Tornano alla luce le antiche fondamenta di Palasio Corriere del Ticino - 14.05.2019
- Bellinzona, al Palasio di Giubiasco riemerge il Tardo Medioevo Giornale del Ticino - 15.05.2019
- Palasio, ritrovamenti archeologici "oltre quanto immaginavamo" La Regione - 17.05.2019
- Bellinzona zona Palasio, dagli scavi memorie e vestigia Giornale del Ticino - 26.08.2019
- Giubiasco ancora sulla macchina del tempo Corriere del Ticino - 28.08.2019
Lo scavo di un importante sito preistorico è stato effettuato dagli archeologi Mattia Gillioz e Maruska Federici-Schenardi, in collaborazione con il Servizio archeologia.
Le ricerche hanno permesso di rinvenire strutture appartenenti a un luogo di culto del Neolitico (2500 - 2300 a.C.) e dell'età del Ferro (ca. 500 a.C.).
Sono stati individuati cinque megaliti (grandi pietre erette in posizione verticale simili a menhir) e altri blocchi più piccoli provenienti in parte da cave dei dintorni, sbozzati e con tracce di lavorazione.
Questo ritrovamento è di grande importanza: si tratta della prima testimonianza monumentale della religiosità preistorica nella regione subalpina e rappresenta la prova più antica dell'organizzazione territoriale della popolazione nel Bellinzonese.
Eccezionale anche il fatto che siamo di fronte alla più antica testimonianza di scultura simbolica e di attività di lavorazione della pietra sul nostro territorio.




- Comunicato stampa 13.06.2019
- Scoperte eccezionali e uniche RSI news - 13.06.2019
- Claro, importanti ritrovamenti RSI news - 13.06.2019
- Eccezionale scoperta archeologica a Claro: spuntano i menhir La Regione - 13.06.2019
- A Claro spuntano i menhir Corriere del Ticino - 13.06.2019
- Statua menhir modello in 3D
- Megalith in der Schweiz, Archaeologen finden Menhir im Tessin Neue Zürcher Zeitung - 20.07.2019
- Exceptionnel site néolithique mis au jour à Claro 24 heures - 13.06.2019
- Trovato un sito preistorico unico nel suo genere in Ticino Ticinonews - 13.06.2019
- Il Neolitico riaffiora a Claro Tio - 13.06.2019


Il sedime oggetto dell'indagine archeologica si trova nel perimetro di interesse archeologico a Carasso Saleggi, nel comune di Bellinzona, area nella quale nel giugno del 1969 furono rinvenute due sepolture attribuibili al periodo tardoromano.
I corredi delle sepolture rinvenute nel 1969 sono molto interessanti per il Cantone Ticino: vi sono elementi caratteristici del IV secolo d.C., come i braccialetti a capi aperti, le collane in pasta vitrea con grani a forma di dodecaedro, un gruzzoletto di 42 monete, e di particolare interesse, un anello digitale in bronzo, il cui castone porta inciso il monogramma cristiano.
Questo tipo di anello rappresenta una delle testimonianze più antiche del cristianesimo del Cantone Ticino, e trova un unico confronto nella necropoli di Losone-Arcegno.
L'area scavata ha riconsegnato un'ottantina di tombe ad inumazione con corredi da riferire ad una popolazione dedita ad attività agricole.
- Comunicato stampa 20.03.2018
- RSI LA1 - Il quotidiano - 20.03.2018
- Tombe romane a Carasso: ecco come sono state trovate
Ticinonline - 21.03.2018 - La necropoli romana di Carasso
Rete Tre - Baobab - 29.03.2018 - La necropoli romana di Carasso
RSI LA1 - Passatempo - La necropoli romana di Carasso
Rete Due - Attualità culturale - 31.03.2018



All'ingresso del nucleo del paese - sul cono di deiezione occidentale - sono stati identificati depositi alluvionali, alcuni dei quali con tracce di occupazione antropica, attestate da frammenti di ceramica e di bronzo, strutture murarie, focolari e probabili buche di palo da riferire all'età del Ferro.
Questo primo livello di occupazione era caratterizzato da un'imponente struttura muraria a forma di "L", ipotizzabile con funzione di cinta o di contenimento delle acque fluviali presenti in zona.
A questa prima importante testimonianza, ne ha fatto seguito un'altra più modesta nelle dimensioni da riferire all'epoca compresa fra la prima Romanità e il Tardoantico.


A poche decine di metri dalla necropoli protostorica di Gudo - scavata nel 1909 - è stato aperto un nuovo cantiere archeologico.
Sul pianoro del cono di deiezione formato dal riale Progero, poco lontano dal corso del fiume Ticino, lo scavo per la costruzione di una nuova abitazione ha riconsegnato tracce di insediamento da riferire alle età del Bronzo e del Ferro.
Oltre a un ricco numero di reperti ceramici - in particolare frammenti di grandi recipienti con cordoni, tipici dell’età del Bronzo e utilizzati per la conservazione degli alimenti -, sono stati individuati impronte di travi in legno e resti di buche di palo, che permettono di riconoscere la presenza di strutture insediative il cui sistema costruttivo doveva esser basato sull'impianto di palificazioni e un sistema di intelaiature in legno, completate con livelli di acciottolati in sasso.

Nel cuore della città grazie ad un intervento di ristrutturazione sono state riportate alla luce testimonianze di insediamento e luogo di sepoltura per il periodo compreso fra l'Antichità e il pieno Medioevo.
Per le strutture di epoca romana si tratta di una prima in assoluto per la cittadina sul Ceresio.

Nell’ambito dei lavori per l’edificazione del nuovo PalaCinema di Locarno, sono state riportate alla luce le strutture murarie pertinenti con il sistema di canali che completavano il porto fortificato del Castello visconteo.
Interessante la tecnica costruttiva, che prevedeva un sistema di palificazioni al di sotto dei muri.

Insediamento preistorico
A pochi metri dall’Oratorio della Madonna delle Grazie, in via dei Vicini a Minusio, il Servizio archeologico cantonale ha riportato alla luce un insediamento da riferire all’età del Bronzo medio (1500 a.C.), con persistenze fino alla Romanità.
Il ritrovamento costituisce un unicum per il Cantone Ticino e una rarità a livello svizzero.
L’eccezionale scoperta scriverà nei prossimi mesi un nuovo capitolo di archeologia preistorica.

Scavo di un insediamento dell'età del Ferro.
A pochi metri di distanza dalla Necropoli preistorica di Arbedo-Molinazzo, scavata nel 1885 e i cui reperti sono conservati presso il Museo nazionale svizzero di Zurigo, è stata effettuata un’importante ricerca archeologica.
Avviato a inizio aprile, lo scavo ha riportato alla luce un insediamento da riferire all’età del Ferro, del quale ci vengono riconsegnate tracce delle strutture e numerosi frammenti ceramici.

Il Servizio archeologia è stato impegnato ad Orselina nel recupero di un'importante testimonianza archeologica di epoca romana.
Si tratta di un insieme monetale, probabilmente un tesoretto nascosto, comprendente più di 3000 monete in bronzo del II-III secolo d.C.
Le monete erano contenute in un recipiente di ceramica e sono state trovate durante lo scavo di una canalizzazione in un terreno privato in una zona nella quale finora non erano mai venuti alla luce reperti archeologici.
L'insieme delle monete si trova ora presso l’Ufficio dei beni culturali dove saranno, pulite, restaurate e catalogate per poi esser studiate da parte di specialisti.
Da aprile a luglio hanno avuto luogo delle ricerche archeologiche sul sagrato della chiesa di Santa Maria in Borgo a Mendrisio.
Gli scavi hanno messo in luce frammenti di mosaico a motivo geometrico da riferire al II secolo d.C., parte del sistema di riscaldamento della struttura romana, una necropoli di più di quaranta sepolture di epoca compresa fra il Medioevo e il XVI secolo, oltre alle fondamenta dell'abside appartenuta alla primitiva chiesa romanica, di cui ancora oggi si conserva lo svettante campanile in arenaria.
I risultati dei lavori di ricerca andranno a completare le informazioni sulla Mendrisio romana, acquisite archeologicamente fin dall'inizio del secolo scorso.

Venerdì 23 maggio 2014 si sono svolte le porte aperte allo scavo di Mendrisio.
Una settantina di persone ha risposto all'invito, che ha permesso di presentare gli ultimi ritrovamenti (ulteriori frammenti del mosaico e un settore del sistema di riscaldamento dell'impianto romano) e di mostrare l'interno della chiesa di Santa Maria in Borgo, i cui restauri sono stati inaugurati la domenica precedente.
L’anno 2013 si è concluso per il Servizio archeologia con un ulteriore importante ritrovamento.
Nel comune di Arbedo-Castione, in località Galletto, tra novembre e dicembre sono state infatti individuate e indagate quattro sepolture, tre riferibili all’età del Ferro e una medievale.
Tutte le tombe erano accompagnate dal corredo funerario, in particolare oggetti di ornamento in bronzo e vasellame ceramico; le ossa dei defunti erano pure in parte conservate.
Lo scavo ha permesso anche la lettura completa del profilo superiore alle sepolture, entro il quale sono stati individuati più strati di utilizzo da riferire a epoche più recenti, legate allo sfruttamento della cava.
Nel corso dei mesi di febbraio-marzo 2013 a Giubiasco in zona Palasio sono state rinvenute trenta sepolture appartenenti alla seconda età del Ferro (IV-II secolo a.C.).
I corredi funerari sono molto ricchi e presentano quasi sempre un servizio di oggetti in ceramica, insieme ad oggetti personali appartenenti al defunto, come spille, anelli e orecchini.
Durante i mesi di maggio-giungo 2013, a Locarno-Solduno in via Vallemaggia sono venute alla luce undici sepolture appartenenti all’età del Ferro e all’epoca romana.
I corredi funerari comprendono vasellame ceramico e vitreo, insieme a oggetti personali del defunto, in particolare spille. Sono stati pure rinvenuti due teschi, uno appartenente ad un uomo, il secondo invece ad una femmina.